Gli esami non finiscono mai



Esame d’avvocato, sessione dicembre 2005 (prove scritte)

Lunedì
All'alba, dopo aver equipaggiato lo zaino con un'elegante copertina antipioggia (in effetti una busta di plastica del supermercato), sotto il diluvio vado in moto all'Ergife (megahotel sull'Aurelia, sede usuale di megaconcorsi pubblici). Arrivo in anticipo, e con mia grande sorpresa non trovo la folla che mi aspettavo. In effetti non trovo nessuno, non un apirante avvocato. Possibile che la Professione sia all'improvviso divenuta così impopolare?
Sempre inguainato nelle plastiche antipioggia, mi aggiro nei dintorni della mastodontica struttura, senza incontrare anima viva. Infine intravvedo uno sparuto gruppetto di persone, dall'aspetto poco forense a dire il vero, radunate in uno scantinato. Mi appropinquo e chiedo se sia lì per l'esame di avvocato. «No, qui è per i tassisti», mi risponde l'ineffabile guardia giurata. «Quasi quasi, già che ci sono...», penso per un momento. Ma decido di continuare a cercare. Comincia a venirmi il dubbio di aver sbagliato posto. Eppure sulla convocazione l'indirizzo è questo.
Dopo aver percorso varie volte il perimetro dell'albergone, sempre bardato da palombaro entro nella reception, dove tra torme di giapponesi (aspiranti giureconsulti dall'oriente?) individuo un commesso a cui chiedo informazioni, ostendendo la convocazione a mo' di prova. Quello mi guarda un po' allibito, e mi dice che gli esami d'avvocato iniziano giustappunto il giorno 13, come posso anche verificare sulla convocazione. «E oggi che giorno è, invece?», chiedo io un po' smarrito. «Il 12». Appunto.
Mentre torno a casa, mi accorgo che dal radiatore scende un'amena cascatella di acqua fumigante. Eccolo là, anche questo radiatore, che ho comprato per sostituire quello originale, mi abbandona. Corro dal meccanico, e dopo aver smontato mezza moto ci rendiamo conto che il radiatore non perde: l'acqua era quella tirata su dalla ruota anteriore, nel guado mattutino.
Nel pomeriggio passo allo studio, dove l'ottimo Avvocatone Daniele e l'ottimo Avvocatozzo Andrea mi riempiono di codici commentati, che io non sapevo di poter portare all'esame.
Approfitto di questo giorno ulteriore per prepararmi meglio: mi guardo «La fontana della vergine» di Bergman e poi «Eyes Wide Shut» di Kubrick.

Martedì
C'è il sole. Almeno mi risparmio l'impacchettatura. Arrivo più o meno alla stessa ora di ieri, e stavolta non ci sono dubbi. La fila di gente con valigette rotellate al seguito, simile a una processione di formiche, inizia ad alcuni chilometri dall'hotel. Trovare un parcheggio per la moto è un problema. I candidati sono smistati in diverse sale, a seconda della lettera iniziale del cognome. Io finisco giusto nella sala dove ieri c'erano i tassisti: sarà una coincidenza?
All'ingresso c'è una ressa paurosa. Il primo imbuto è per il controllo dei bagagli: le borse vengono aperte, i codici esaminati minuziosamente alla ricerca di libri proibiti (che tanto riusciranno comunque ad essere contrabbandati all'interno), anche le mie merende vengono guardate con sospetto.
Secondo filtro, la registrazione. Per un'inspiegabile ragione, su quattro sottogruppi della lettera D, tre sono deserti e uno ha una coda lunghissima. Ovviamente è il mio. Quando tocca a me, si scopre che risulto nato nel 2222. Interessante.
Dopo aver dimostrato, documenti alla mano, di essere nato già da quasi trent'anni, ricevo una busta con il mio numero di tessera (1645) e cinque fogli protocollo. Esagerati, quanto pensano che scriverò?
Alle dieci accedo finalmente all'aula dell'esame. È un salone enorme, con una distesa di banchetti monoposto in fòrmica verde smangiucchiata, ciascuno con una pecetta adesiva recante nome e numero del candidato. Siamo disposti in ordine alfabetico. La mia postazione è in terza fila, nella colonna centrale. Ci sono 27 file e 17 colonne; dovremmo essere in 459, quindi. La sala si riempie lentamente, alle undici ancòra ci sono parecchi posti vuoti. I miei vicini si scambiano informazioni, suggerimenti e commenti. Molti erano qui anche l'anno scorso.
Per evitare che il brusio mi stordisca, mi infilo nelle orecchie dei tappi artigianali fatti con i fazzolettini di carta. Passano così altre due ore.
I bagni vengono immediatamente adibiti a saletta fumatori. Il risultato è una coltre di fumo impenetrabile, che presto si propaga lungo il corridoio e arriva a lambire il salone centrale.
Nonostante i tappi, mi giungono le voci sui temi dell'esame. I vicini danno «comodato» e «separazione» a quote molto alte.
Cominciano a vedersi i commissari. Un manipolo di tromboni, con sporadici guizzi di autoritarismo.
Verso mezzogiorno e mezzo, una voce dall'alto ci annuncia che è imminente la dettatura della traccia. Tutti si affrettano al proprio scranno, e infine, dopo diverse false partenze dovute all'impianto audio non proprio ottimale, la voce del Primo Presidente della Commissione detta la Prima Traccia del Parere in Materia regolata dal Codice Civile.
Così intanto scopro che c'è più di una traccia. Meglio così. La prima traccia riguarda un'ipotesi di... comodato e separazione! Ma allora le voci erano fondate! Va be', non sembra entusiasmante. Vediamo un po' la seconda. Bah, non ho neanche capito di che si tratta, buttiamoci sul comodato.
Alle due e un quarto la dettatura è finita, e iniziano a decorrere le sette ore a disposizione per consegnare.
Nel giro di poco tempo, tappi o non tappi, vengo investito di una serie frastornante di input che rimbalzano in tutta la sala. Tutti parlano di una sentenza del 2005 che tratta proprio del problema di esame. Io ovviamente dispongo di codici aggiornati sì e no al 2000, e quindi mi vedo costretto a mendicare un codice in prestito da qualche vicino, per poter almeno leggere questa sentenza.
Sentenza che non fa altro che confondermi le idee, però. Dopo un po' che ponzo e rimugino, scribacchiando appunti, inizio a buttare giù un parere, che esce fuori senza capo né coda. Mi rendo conto di aver superato il punto critico quando cerco una moneta da lanciare per decidere quale soluzione dare al problema. Allora rabbercio tutto in bella grafia e mi affretto a consegnare il capolavoro.

Mercoledì
Sole anche oggi. Stavolta me la prendo comoda, mi fermo anche da Antonini a munirmi di cornetti per sostentarmi durante la giornata, e arrivo alle nove passate. Ma non c'è nessuno. Si vede che gli altri se la sono presa molto più comoda di me. La maggior parte si fa viva intorno alle undici; e non hanno mica torto, visto che anche oggi non s'inizierà a dettare prima di mezzogiorno.
Le voci di corridoio danno «omicidio», «infanticidio» e «aborto».
Oggi i problemi con i microfoni trascinano la dettatura per quasi un'ora.
La prima traccia è lunghissima, grandguignolesca e cruenta, e riguarda - sorpresa sorpresa! - omicidio, infanticidio e aborto. La seconda, invece, è più allegra, e riguarda omicidio, violenza sessuale di gruppo e sequestro di persona. A parte la piacevolezza degli argomenti, la prima è più ampia e discorsiva, la seconda più tecnica. Medito un po' mentre divoro i miei cornetti, e scelgo la seconda.
Il vicino alla mia destra è un penalista, e distribuisce responsi a tutto il circondario. Anche stavolta c'è una recente sentenza, di cui io non trovo traccia nei miei vetusti codici. Me ne faccio prestare uno dal vicino, e ci trovo esattamente il caso dell'esame. Chi ha redatto la traccia non ha cambiato neanche una virgola.
Oggi mi sono attrezzato contro le distrazioni: tappi hi-tech per le orecchie, e via senza sentire niente. Ogni tanto però mi stappo per origliare qualche opinione volante.
I commissari d'esame si lasciano prendere un po' la mano, e alla fine l'aula diventa una specie di mercato: gente che chiacchiera amabilmente, capannelli di persone a consulto, e commissari che elargiscono consigli a pioggia.
In compenso, l'accesso al bagno viene limitato con misure draconiane. Per due ore dopo la dettatura è interdetto a chiunque l'uso del bagno, senza eccezioni. Roba da matti.
Stavolta cerco di concludere prima di ridurmi al testa o croce; e poi il diritto penale è il mio forte, no? (Infatti la tesi l'ho scritta in diritto civile...) Alle cinque e mezzo consegno, senza neanche rileggere, e scappo via sotto una luna quasi piena.

Giovedì
Piove. Imballaggio di tutti i codici in plurimi strati di buste di plastica, dentro e fuori dagli zaini. Mi porto tutto, perché oggi il compito consiste nella redazione di un atto giudiziario a scelta tra penale, civile e amministrativo, e io non so quale sceglierò (anche se con molta probabilità sarà il penale, e con certezza non sarà l'amministrativo). Stavolta prendo quattro cornetti, che divorerò coscienziosamente prima di iniziare a scrivere.
Le voci, ormai considerate autorevoli, indicano per l'atto di penale un appello, in una fattispecie di peculato d'uso. Non è che serva a molto sapere l'argomento con un paio d'ore di anticipo, visto che siamo comunque chiusi qua dentro, con gli stessi strumenti che avremo dopo.
All'una abbiamo la conferma dell'autorevolezza del misterioso informatore: esce fuori un appello contro una sentenza di condanna per peculato d'uso. Stavolta non c'è alcuna sentenza a cui appigliarsi, e in realtà da come è posta la traccia l'appello è disperato. Del resto molto del lavoro dell'avvocato, soprattutto penalista, è un'arrampicata sugli specchi per difendere posizioni indifendibili. Diamoci da fare, allora. Stavolta supero il mio record storico di lunghezza, riempiendo ben due facciate e mezza di motivi d'appello che si potrebbero eufemisticamente definire tirati per i capelli. È stato divertente, in fondo. Quasi quasi non mi dispiacerà ripetere l'esperienza l'anno prossimo...





Torna alla pagina iniziale