Copenhagen / Svezia 2005: Diario di viaggio



Questa è la lista della musica che ho ascoltato durante il viaggio

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Martedí 26 luglio 2005
Roma - Copenhagen
Foto

Ultimati i preparativi, mi carico in spalla lo zainone, che sembra leggero, ma al check-in segnerà oltre 17 kg, e lo zainetto, che invece sembra di marmo. All'aeroporto mi metto in coda dietro all'inevitabile famiglia di italioti (coppia di buzzurri con tandem di marmocchi pestiferi) che riesce a bloccare la fila per almeno un quarto d'ora, ma alla fine m'imbarco.
    L'aereo vola sopra Berlino, per fortuna coperta dalle nuvole, e io mi incupisco. Datemi un paracadute, voglio saltare fuori! Anzi no, non datemelo, salto senza.
    A Copenhagen l'aria è gradevolmente più fresca. All'inizio mi sento un po' spaesato tra lingua, valuta e trasporti, ma in breve raggiungo l'ostello (per cambiare rispetto all'altra volta, vado al Copenhagen Sleep-In, vicino al Triangel, poco oltre il Sortedams Sø), dove incappo in alcuni giovanotti appena arrivati da Udine in auto. Dopo aver ottenuto un posto ai piani superiori dei letti a castello (mi avevano rifilato un posto in basso, che sembrava un cunicolo), mollo il grosso del bagaglio nel dormitorio (un enorme capannone suddiviso per mezzo di pareti di compensato e tende di stoffa, che sembra uno di quegli alloggi provvisori dove vengono lasciati, per anni, i terremotati in Italia), mangio qualcosa delle provviste che mi sono portato e mi metto in cammino verso il centro. Per le strade larghissime le auto sono rare, tante bici e tantissimi podisti; ma come sono bravi questi danesi: tanto sano sport e tanto divertimento insano. Vago sui bastioni del Castello, tra gli sguardi indifferenti di tutti questi salutisti, e mi sento particolarmente fuori luogo.
    Mi rassegno subito a usare l'inglese come lingua di comunicazione: i danesi sembrano davvero avere tutti una patata bollente in bocca, e io non posso certo fare troppo affidamento sul mio svedese, se non scritto.
    Delle scritte vagamente artistiche sui muri mi fanno pensare a Berlino, dove però non c'è da fare fotografie perché l'arte è viva, è un atteggiamento, non una forma incastonata in un prodotto da consumare.
    La passeggiata non può che concludersi con una Hoegaarden nel mio locale preferito, un piccolo e tranquillo pub sulla Sværtevej dedicato al poeta norvegese di nascita ma danese d'adozione Johan Herman Wessel, che abitò per qualche tempo nella casa.
    Nyhavn, Strøget e Kongens Nytorv (che l'anno scorso era sventrata per i lavori in corso) sono come sempre pieni di turisti, e mi fermo giusto per un paio di foto al canale e alla piazza, prima di andare verso Amalienborg, dove però le batterie della macchina fotografica mi tradiscono (tutte quante, comprese quelle di scorta: e mi toccherà pure portarmele appresso per tutto il viaggio, visto che sono delle costose ricaricabili). Cominciamo bene...


Mercoledí 27 luglio 2005
Copenhagen - Malmö - Växjö - Korrö
Foto (Copenhagen I)
Foto (Korrö)
Foto di Sven (Korrö)

Dopo una notte sudata e agitata nel capannone, mi alzo presto per mettermi in marcia verso la stazione di Østerport, donde un treno mi porta direttamente a Malmö. Qui almeno posso fare a meno dell'inglese, o almeno lo spero.
    Alla stazione di Malmö ritiro i miei biglietti acquistati via internet: l'efficienza scandinava permette, quasi costringe a organizzare il viaggio in anticipo (i biglietti sono costati pochissimo, rispetto a quanto li pagherei acquistandoli sul momento, e il sistema è comodissimo), ma per ritirare il biglietto bisogna trovarsi sul suolo svedese. Perciò la sosta a Malmö.
    Senza mai lasciare lo zaino, impiego le due ore scarse a disposizione per una rapida escursione nella città (sí, carina), mi fermo in un supermercato a fare un po' di spesa e infine mi piazzo al caffè della stazione con una tazza di tè guardandomi intorno perplesso e chiedendomi che cosa ci faccio qui, non per un'irrequietezza alla Chatwin, ma piuttosto per un'italicissima tendenza al culo pesante.
    Sul treno, nei posti davanti al mio (che naturalmente ho potuto scegliere con tutte le opzioni, su internet) siedono un papà e due figlie svedesissime che tra una lettura e l'altra di un libro sui dinosauri fanno un gran casino, ma senza essere fastidiose. Possibile che neanche i marmocchi siano sgradevoli qui?
    Memore della fame dell'anno scorso (a Korrö di alimentari non c'è neanche l'ombra) a Växjö compro le ultime cose, e poi via in pullman attraverso i boschi, origliando la conversazione di un crucco e un americano anche loro evidentemente diretti al festival, come pure un personaggio che ricordo immediatamente dall'anno scorso, e che più tardi verrà ufficialmente battezzato come Catweazle.
    Arriviamo al campeggio più o meno nello stesso momento, ma non riesco ad approfittare del tempo, trascorso alla reception in balía del vecchio fagotto che manda avanti la baracca, per far conversazione con lo sparuto gruppetto che era evidentemente sul pullman, costituito dal crucco, l'americano (che però parla correntemente svedese), e una mezza dozzina di indigeni. In ogni caso, piantiamo tutti le tende nello stesso angolo; io mi scelgo come vicino il crucco, col quale finisco necessariamente per socializzare un po' (solidarietà tra immigrati?): viene da Rügen (ma dài!) e sembra prendere la vita con molto ottimismo. Tja.
    Passo la serata a far da tappezzeria nella grande sala (Logen) dove si danza, osservando i ballerini più bravi o le fanciulle più graziose. Presto però mi stufo e vado a dormire.
    La notte è fredda e umida, con tutto il materassino ad aria (che peraltro fa un ottimo lavoro) e la maglia ipertecnologica della Patagonia, soffro parecchio.

Giovedí 28 luglio
Korrö
Foto
Foto di Sven

Mi sveglio presto, ma non oso uscire all'aria fresca. Quando finalmente trovo il coraggio, mi imbatto nel vicino crucco (che ha anche un nome: Eckhard) che ha rimediato dai gestori del campeggio (i giovanotti) un passaggio per il negozio di alimentari più vicino, a Linneryd. Mi aggrego e facciamo cosí la spesa, ricompensando i giovanotti con una confezione da 6 di birra.
    Al ritorno, sempre mercé Eckhard, socializzo con altri folkisti, il resto dei vicini di tenda. Dopo la colazione, in quattro (io, Eckhard, Anders e la bella Viktoria) ci avviamo per una passeggiata, andando a finire sulla sponda di un lago scuro dove solo Eckhard si bagna. Facciamo qualche partita di un gioco simile al filetto, e poi altri, che ovviamente perdo. Parlando con le nuove conoscenze mi sento tremendamente inadeguato. Va un po' meglio quando si scopre che parlo svedese (la presenza di Eckhard, che ha iniziato da pochi mesi a studiare la lingua, aveva indotto tutti quanti a servirsi dell'inglese), se non altro perché lo sforzo di comprendere e esprimere frasi in realtà alquanto semplici mi distrae dal terrore di non avere argomenti.
    Dopo essere tornati alle tende, dove io mi chiudo a leggere il nuovo libro che ho comprato da Sasà prima di partire (La doppia vita del giudice Savage, di Tim Parks: non ne so niente, ma mi ha ispirato fiducia, ed era delle dimensioni giuste per un viaggio), si va infine ai concerti.
    Per l'apertura suonano i Sågskära, dove militano tra gli altri Magnus Gustafsson e Ulrika Gunnarsson, praticamente i pilastri organizzatori del festival: l'insieme non è male, anche se le voci sono talvolta un po' stridule alle mie orecchie. Seguono due violinisti (Joel Bremer e Olle Brandin), che ci deliziano con le immutabili melodie tradizionali della Dalecarlia (nome col quale mi pare di tradurre Dalarna), infine i Kvartet Traktor, che suonano un imbarazzante klezmer assai freylach, del tutto distonico con l'atmosfera - li abbandono immantinente. Dopo essermi un po' appiccicato a Eckhard, che mi espone la via zen alla felicità ("Life is what happens while you try to plan it"), me ne vado in tenda a dormire, mentre comincia a piovere. Buonanotte.

    Vengo svegliato da un concerto in piena regola, che si svolge da qualche parte nel campeggio. Guardo l'orologio, che segna le cinque ("Accidenti, ho dormito più di dodici ore e mi sono perso metà dei concerti della giornata!"). Mi ci vuole qualche minuto per escludere che possano essere le cinque di pomeriggio.

    Gli svedesi sono talmente affezionati alle tradizioni che in questi giorni risuoneranno eternamente una mezza dozzina di melodie, senza variazioni di sorta: tra le più gettonate, che sono riuscito a ripescare nell'archivio della Folkets Hus e sul meritorio sito di questa ragazza tedesca che era anche lei a Korrö, la Polska efter Juringius, tipica dello Småland, la regione in cui ci troviamo, e tormentone (Earworm, Ohrwurm) n.1 tra tutti, la Polska efter Anders Petter Dufva, una Slängpolska, una Schottis, una Slängpolska-Tango, forse una Trollpolska del Dalarna.

Venerdí 29 luglio 2005
Korrö
Foto
Foto di Sven

Dopo una doccia gelida (la faccia che ha fatto il vecchio del campeggio quando gli ho chiesto, ben sapendo quale sarebbe stata la risposta, se per caso ci fosse l'acqua calda!), rasato e impacciato, sono pronto per una colazione sociale con i vicini di tenda, a cui accedo tramite i buoni uffici di Eckhard. C'è Viktoria, da Östersund, che ha seguito gender studies e ora intaglia il legno, e ha un'aria eternamente trasognata; Sofie, che cura il giardino di un cimitero a Uppsala; Magdalena e Ulrika, di cui non so niente; Sven, ricercatore all'università e fin troppo rapido a risolvere tutti gli indovinelli (per quello dei nove prigionieri gli basta un quarto d'ora!); Anders, anche lui accademico, insegna economia, ha l'aria un po' da tonto, è stato varie volte in Italia come volontario e mi chiede sempre in prestito l'asciugamani. A proposito, dopo la doccia e un mini-bucato avevo steso la roba ad asciugare, confidando nella clemenza del cielo; fiducia mal riposta: mentre ero nel paesino a giocare a carte e proporre indovinelli è venuto giù il diluvio. Quando spiove un po' torno alla tenda e cerco di rimediare cacciando tutto all'interno, ma ormai la roba è fradicia. Non trovando nessuno cui proporre di accompagnarmi, mi incammino per un breve passeggiata nel bosco, di poco interesse.
    Sul versante musicale, oggi ho ascoltato un noiosissimo gruppo rock (Electric Folk, consigliati da Viktoria, che però poi se ne lamenterà) inserito nella programmazione verosimilmente perché i musicisti sono anche dediti al folk e praticamente ognuno eseguirà delle performances durante il festival. A seguire i Faust, ensemble capitanato dal teutonico Alban Faust che ci diletta con nyckelharpa e cornamuse, e infine i Väsen, bravissimi e divertenti, che però abbandono per andare nel Mulino (Kvarnen) ad ascoltare un'ora di canti a cappella eseguiti da Malin Foxdal, Ulrika Gunnarsson, Anders Larsson, Ebba Jacobsson, Johanna Bölja, Sofia Karlsson (celeberrima come cantante di musica leggera) e altre pulzelle sotto la direzione di Marie Länne-Persson. Molto piacevole.

Sabato 30 luglio 2005
Korrö
Foto
Foto di Sven

La pioggia continua implacabile, per quest'oggi niente doccia. Coltivo blandamente le nuove relazioni sociali, ma l'unica che si consolida è quella con Eckhard, che come me è straniero e non conosce nessuno da prima dell'inizio del festival. Mentre lui si impiega come massaggiatore, io mi affanno a cercare, tardivamente come al solito, un passaggio, rimediando solo consigli, pure abbastanza faceti ("mettiti all'uscita del parcheggio e chiedi a tutte le macchine che partono": sai che bello, se piove come oggi; oppure "stasera danza con quante più ragazze puoi, e ad ognuna chiedi un passaggio": ah ah, il Dr Gonzo che danza?!) inseguendo concerti per tutto il pomeriggio, con alterna soddisfazione: i lituani Vydraga portano una ventata orientale, i Traggel non sono niente di speciale, Svanevit (con Marie Persson e Anders Larsson, già ascoltati ieri nel concerto vocale) piacevoli e balladosi, poi Sofia Karlsson che canta canzoni di Dan Andersson (un evento decisamente pop per questo festival), brava ma un po' noiosa, anche se il pubblico sembra apprezzare senza riserve, e infine le Ranarim, leggermente troppo poppeggianti nei coraletti à la Värttinä ma nel complesso brave.
    Nell'ansia di trovare un passaggio ho adocchiato una famiglia i cui componenti indossano tutti maglie decorate con dromedari, orecchini cammellati, ciondoli gibbosi etc.: tutti gadget relativi al Camel Ranch, che avevo notato con stupore l'anno scorso a Öland. Potrei sfacciatamente approcciarli e piatire un passaggio.
    Intanto di Eckhard ho perso ogni traccia, ma nella soirée dansante il buon Anders viene a risolvere il mio problema di trasporti: mi presenta una sua collega ballerina (di cui in verità non rammenta il nome), Ellinor, che è alta quanto me, sorride imbarazzata guardandomi fisso negli occhi e mi accompagnerà fino a Kalmar. Per festeggiare tanta grazia le chiedo di insegnarmi a ballare: danziamo cosí una slängpolska, e poi un'altra. Mi sento un orso (mal) ammaestrato, ma mi piace. Il problema è che devo condurre io, e cerco di sbirciare che cosa fanno le altre coppie per copiare, ma non sempre funziona. La mia maestra mi lascia per cercarsi un partner un po' meno goffo, e io riesco a danzare ben due volte con la bella Viktoria, che non si fa riguardi (saranno i gender studies alle spalle?) e mi conduce, mi gira e mi stringe dandomi vertigini di desiderio.
    Tra una danza e l'altra, incontro finalmente Klaus, altro crucco conosciuto su una ML di folk nordico, che è arrivato solo ieri. È un tipo simpatico, e subito lo metto in contatto con Eckhard. Lasciamo che facciano amicizia tra di loro, risparmiamoci la fatica.
    Continuo ad aggirarmi tra Logen (il fienile), Sågen (la segheria) e Tältet (la tenda) in cerca di prede per una polska, ma finisco per farmi invitare da un'attempata signora, che purtuttavia mi fa i complimenti.
    Quando vado a dormire, verso le 3:45, già albeggia e io mi sento felice (anche se al campeggio, nonostante tutta la pioggia di questi giorni, è finita l'acqua, e per lavarmi i denti devo tornare al villaggio) e canticchio la ballata di Fredrik Åkare e della bella Cecilia Lind.

Domenica 31 luglio 2005
Korrö - Tvärskog - Kalmar - Färjestaden - Byxelkrok (Öland)
Foto (Korrö)
Foto di Sven (Korrö)

Foto (Öland I)

Mi sveglio fin troppo presto, senza necessità, e passo la mattinata ad asciugare panni al sole che finalmente è venuto fuori, impacchettare e mendicare indirizzi ai nuovi sodali. Il buon Eckhard, il cui umore è andato visibilmente calando, si concede una lacrimata di addio e parte con un paio di altri crucchi. Dopo aver preso congedo e scattato foto un po' a tutti, io vado a raggiungere Ellinor, che si era accampata nel bosco. Mentre attendiamo le altre due compagne di viaggio, Ellinor mi parla troppo velocemente, e riesco a capire solo che stasera volerà a Stoccolma dal suo nuovo fidanzato, che è forse indiano (ma di quest'ultimo dato non sono sicuro), e tra qualche giorno andrà (con lui o senza di lui? Boh) alla settimana medievale di Visby, sull'isola di Gotland. Parliamo pure dell'opportunità di fare cose in coppia o da soli quando si è fidanzati, ma non saprei indicare esattamente cosa ci diciamo.
    Inizia cosí il viaggio, su una vecchia Saab azzurro chiaro, con Ellinor e due ragazzotte ruspantelle, Klara e Hilde, che abitano a Färjestaden, giusto sull'isola di Öland dove sono diretto anch'io.
    In auto non riesco a seguire le conversazioni, di cui colgo solo frammenti. Mi consolo, pensando che era cosí anche con l'inglese, tanti anni fa. Stimo di essere con lo svedese più o meno al livello di Michele con l'inglese prima che partisse per Londra. Spero solo di riuscire a progredire molto di più.
    Tra le varie cose che Ellinor mi aveva detto, e che non avevo ben capito, c'era il nostro piano di viaggio. Scopro cosí che ci fermiamo a casa sua, dalle parti di Tvärskog, a una trentina di km da Kalmar: quando arriviamo mi commuovo di fronte a un posto tanto delizioso. È una fattoria (rossa, naturalmente, con le porte e le finestre bianche) nel profondo del bosco, circondata da un bel giardino fiorito, alberi da frutta e un orto dove Ellinor coltiva erbe e ortaggi (che altro deve coltivare nell'orto?), con un fiume in fondo al giardino (chi sa se, come nella fattoria dei Chatwin a Holwell, d'inverno è il giardino a trovarsi in fondo al fiume?). Il paradiso. Anche l'interno non è da meno, raccolto e accogliente, attrezzato con tutto quel che serve e niente di superfluo. Tutto è cosí bello e perfetto da farmi male.
    Mentre le due zotichelle riposano sul prato, io mi offro volontario per lo spignattamento (senza sapone, perché Ellinor è assai ecologista e usa non so che alghe per lavare: ottimo anche questo) e successiva preparazione del pranzo: con gli ingredienti rigorosamente biologici che trovo nella dispensa riesco a mettere insieme una pasta passabile, che peraltro le tre accompagnano allegramente con l'insalata - ma Ellinor, per la mia gioia, si serve anche una seconda porzione: le maniglie dell'amore promettevano bene, non è la solita fanciulla che mangia come un uccellino e mi fa sentire un ingordo.
    Durante le operazioni di cucina, accompagnate dall'ennesima polska (Polska efter Juringius, nella versione dei Lure), Ellinor, che si è fatta una doccia al volo visto che tra poche ore riparte, mi viene vicino, mi abbraccia, sorride guardandomi dritto negli occhi. Anche mentre mangiamo, trovo sempre i suoi occhi fissi nei miei, con un sorriso inesplicabile. Insomma, mi sbilancerei (e perché mi sbilanci io ce ne vuole, eh!) a credere che mi sta facendo letteralmente "gli occhi dolci", ma non mi quadra con il fidanzato di stasera.
    Be', io perdo la testa. Ho già deciso che voglio vivere qui con lei, cucinarle tutta la pasta biologica del mondo e bere tutti i tè biologici d'Olanda (non so perché, la dispensa è piena di kruidertee e Kräutertee, tè alle erbe olandese e tedesco), ballare la polska (e anche il valzer e tutte le altre danze che mi insegnerà) e trovare i suoi occhi taglienti ovunque io giri i miei.
    Quando andiamo via, mi sento cacciato dal paradiso, ma molto più derelitto di Adamo, che in fondo se la spassava con Eva. Mentre guida, ogni tanto Ellinor getta un'occhiata su di me dallo specchietto e sorride. Mah.
    Troppo presto (benché giusto un'ora prima che il suo aereo parta - ma lei sembra non affannarsi) ci lascia alla stazione di Kalmar e se ne va. Rimango cosí con le due tipe ölandesi ad aspettare il pullman. Visto che non mi riesce di ritirare dei soldi qui (entrambi i distributori sono fuori servizio), decido di andare insieme alle due fino a Färjestaden, dove troverò un bancomat, e da lí proseguire verso nord. Ma, attraversato il simpatico ponte di Öland, alla prima stazione di cambio (Träffpunkt Öland) attendiamo invano il pullman per Färjestaden, e scopriamo che la domenica non passa. Klara rintraccia allora un'amica che ci accompagnerà in auto. Il contrattempo mi dà l'occasione di parlare un po' con le due, che si dimostrano pure gentili, arrivando ad invitarmi a stare da loro prima di lasciare l'isola: offerta che mi affretto ad accettare, anche se avevo prenotato una nostalgica stanza singola al Frimurare Hotel di Kalmar per venerdí - ma rinuncio senza rimpianto alla sauna.
    L'amica (che si presenta con un nome che a me suona come Anchovy, ma ho il sospetto di aver frainteso…) ci raccoglie e mi porta al bancomat e poi alla fermata dell'autobus di Färjestaden. Servito di tutto punto.
    Alla fine riesco a prendere il mio pullman per Grankullavik, che però a Grankullavik non va perché è domenica. Durante le tre ore di viaggio, mentre una comitiva di grossi adolescenti smaltisce l'eccesso di testosterone berciando canzoni di Evert Taube, io cerco di decidere se fermarmi a Böda come l'anno scorso, o arrivare fino al capolinea a Byxelkrok e da lí provare a piantare la tenda da qualche parte. L'isola scorre lungo i finestrini, il sole tramonta sull'allevamento di cammelli e io mi ritrovo a Byxelkrok senza saper dove andare.
    L'unico albergo che dà segni di vita costerebbe 500 corone, e decido di cercare ancora.
    C'è un campeggio, ma l'accettazione è chiusa, e cosí mi metto in cammino verso nord alla ricerca di un posto dove piantare la tenda. Però è sempre più buio, e lungo la strada ci sono i giardini delle case da un lato e il mare dall'altro. Inizio a disperare e a darmi del fesso per la mia inusitata fedeltà al motto "indietro non si torna" quando provo ad attendarmi vicino a una serie di capanni di pescatori, dove scopro che il terreno è roccioso e i chiodi della tenda (assolutamente necessari, con questo vento che si porterebbe via la tenda in un soffio) non entrano neanche di un centimetro. Inoltre da ovest s'avanza un fronte nero e sagittante che rende inaccoglibile l'idea di srotolare il sacco a pelo sic et simpliciter sulla nuda terra.
    Visto che "indietro non si torna", continuo a camminare lungo la strada ormai deserta. A un paio di km da Byxelkrok, scorgo delle persone che si ritirano dopo una cena in veranda. Mi avvicino e chiedo quanto sia distante Grankullavik, e come temevo mancano 7 km se non di più. La coppia, impietosita, decide di aiutarmi. Magari mi ospitano per la notte, spero io. Invece telefonano a un affittacamere giù al porto, e cosí, ormai rassegnato, mi rifaccio i 2 km per tornare al paese, e mi fermo presso lo Hamnkrog, specie di motel a conduzione familiare. I proprietari stanno finendo di gozzovigliare, insistono perché prenda qualcosa anch'io, ma sono esausto e voglio solo farmi una doccia e buttarmi sul letto (che mi costerà 395 corone, ma non ho scelta). Mi stendo finalmente, e sogno tutte le persone conosciute in questi giorni. Durante la notte sento la pioggia fuori dalla finestra e mi rallegro per aver scampato la zuppa.

Lunedí 1° agosto 2005
Byxelkrok - Grankullavik - Trollskogen - Ängjärnsudden - Fagerrör - Grankullavik (Ölands norröstra udde: la punta nordorientale dell'isola di Öland)
Foto

Al mattino mi godo un'altra doccia calda (finalmente!) e chiedo al proprietario dove sia la fermata del pullman, rimediando invece la promessa di un passaggio fino a Grankullavik in capo a un'ora. Piove forte mentre bevo il mio tè, ma poi il cielo si placa, pur rimanendo grigio e basso mentre faccio un giretto per il porto, dove il vento urla attraverso le cime e le boccole delle barche. In un supermercato compro 3 banane (quelle che avevo le ho dimenticate, assieme a mele e carote, in casa di Ellinor: e non c'è bisogno di scomodare Freud per capire come mai) e una specie di cornetto alla cannella con cui faccio colazione in attesa di partire. Il proprietario, che mi fa anche lo sconto di 95 corone, arrotondando cosí a 300 il prezzo della stanza, mi lascia sotto una pioggia scrosciante a Grankullavik, che non è neanche un villaggio, ma solo quattro casette. Entro nel locale centro per la pesca sportiva, che funge anche un po' da ufficio del turismo, e mi dicono che per piantare la tenda bisogna tornare indietro di 2 km, a Nabbelund, che il bancomat qui neanche sanno cosa sia, e che posso provare all'ostello (vandrarhem). L'ostello, che in realtà è gestito dalla proprietaria della konditori (la panetteria / pasticceria / caffetteria locale: ecco perché ci mise due giorni per rispondere al mio fax, limitandosi peraltro ad annotare le risposte a margine delle mie richieste d'informazioni!), ha una stanza libera per 300 corone, che spendo volentieri per levarmi dalla pioggia.
    Intanto familiarizzo con Leo, il cane di una coppia di anziani tedeschi che mi ignorano deliberatamente. Visto che la pioggia si dirada, mi munisco di un'approssimativa cartina e mi metto in marcia verso il Bosco Incantato (Trollskogen : hic sunt trolli) e le altre attrattive della punta nordorientale. Sono 2 km di strada per arrivare al posteggio/entrata del parco di Trollskogen, e da lí seguo il sentiero verso la punta, deviando spesso per camminare lungo la riva del mare, dove però s'incede a fatica tra sassi e altri ostacoli - ma ho il conforto della musica (ho ripescato il lettore mp3): si comincia, guarda caso, con la Ballata di Fredrik Åkare e Cecilia Lind, passando per Bei Mir Bistu Shein e Laat me niet alleen / Ne me quitte pas (ma come faccio a chiedere di non lasciarmi a una che neanche sa di avermi preso?), sulle cui note mi avvio alla punta, dove mi coglie l'inevitabile scrollone di pioggia mentre mi accingo a fotografare la punta gemella su cui sorge il faro (Långe Erik). Mi rifugio nel bosco, poi comincio la discesa lungo la costa orientale, che affaccia sul mare aperto, arrancando su una distesa di ciottoloni che minacciano di storcermi un piede ad ogni passo. Raggiungo la barca (o piuttosto lo scheletro che ne resta) Swix, dove chiedo a un giovane padre di famiglia di farmi una foto, e continuo sotto un sole ormai invitto, tanto che mi scorcio i pantaloni restando in brachette (molto à la Chatwin).
    In men che non si dica sono di nuovo all'entrata. Smanioso di camminare, anche per non fermarmi a pensare agli occhi di Ellinor, ritorno sul sentiero nel bosco per dirigermi alla punta meridionale della penisola (Ängjärnsudden), alternando il sentiero, comodo, rapido e fresco, alla spiaggia di ciottoli. Ignorando le sporadiche sgrullate di pioggia, in prossimità della punta contemplo la possibilità di un bagnetto baltico - ma tra una nuvola e l'altra non farei in tempo ad asciugarmi. Dopo la punta, ventosissima, si entra nell'insenatura di Böda, dove si trovano le spiagge più gettonate dell'isola. Anche se non mi sento affatto stanco, con una dozzina di km su terreno faticoso alle spalle, e sostentato solo dal ricordo ormai remoto della frugale colazione e da un gelato preso all'ingresso del parco, decido di imboccare il primo sentiero che ritorna verso nord. Mi fermo ad osservare le spoglie di un rapace spolpato, poi mi immergo in un bosco assolutamente uniforme, dove mi è di grande aiuto la bussola che mi ha regalata F. Mi soffermo ad osservare le spoglie di un rapace di considerevoli dimensioni.
    Mentre cammino sul sentiero soffice canticchio un vecchio brano dei Marillion, Grendel: "As Grendel leaves his mossy home beneath the stagnant air / Along the forest path he roams to Hrothgar's hall so fair".
    Lungo il sentiero sono allineate cataste di tronchi da cui emana un profumo di resina che mi commuove - come il rumore della risacca sulla punta, come ieri la casa di Ellinor: momenti di forte intensità che non possono essere fissati (anche se devo ammettere che ho pensato di registrare le onde col lettore mp3), ma che possono solo essere vissuti.
    Inebriato e reso ardito dalla resina, mando ad Ellinor un sms che inizia in modo neutro e finisce con una flebile dichiarazione ("Hur mår min danslärare? Under sol och regn går jag mil efter mil på Öland, men längtar efter Dig / j*"). Attendo invano una risposta; starà felicemente scopando con l'indiano di Stoccolma...
    Quando il sentiero finisce e imbocco la strada per gli ultimi 2 km (su circa 17 stimati), alle melodie svedesi succede Giant Steps di Coltrane, che mi distrae un po', anche se forse ci vorrebbe l'eroina di Coltrane per togliermi quegli occhi dalla testa.
    Giungo finalmente in vista di Grankullavik, dove, levate scarpe e calzini (e la nutrita raccolta di sabbia, sassolini, erba e insetti che vi erano finiti dentro), rimango un po' coi piedi all'aria a meditare sui prossimi giorni. Non ho soldi a sufficienza per passare tutte le notti in questo ostello (senza contare che dovrò pure mangiare prima o poi), ma se voglio continuare con questi tours de force podistici non credo di poter resistere a lungo senza un letto e soprattutto una doccia.
    Peraltro, in un giorno potrei visitare tutta la punta occidentale, ma cosa farò gli altri giorni che mi restano fino a venerdí (compreso)?
    Potrei tornare a Byxelkrok e fare una gita all'isola della Blå Jungfru, e cosí me ne restano altri due da riempire.
    Vorrei provare a fare un giro in aereo sopra l'isola - c'è un piccolo aeroporto a metà strada tra Byxelkrok e Grankullavik - ma temo che sarebbe un'escursione costosa e di breve durata.
    Se il tempo è bello, posso sempre buttarmi a Böda e starmene al sole sulla spiaggia. Ma sai che palle!
    Alla fine risolvo almeno il problema monetario, cenando al ristorante, dove pago con la carta di credito e cambio 1000 corone. Il pasto è meno malvagio di quanto sarebbe lecito attendersi dall'odore di burro fritto che si diffonde tutto intorno al locale. L'unico piatto vegan è costituito da delle "tagliatelle" con verdure, che sarebbero anche accettabili se non fossero servite con l'insalata; per festeggiare, e anche perché non mi viene in mente come chiedere dell'acqua di rubinetto, bevo una Staropramen scura e amarissima. Ceno sulla veranda che si affaccia sulla baia, seduto da solo a un enorme tavolo rotondo. Uno spettacolo un po' triste.

Martedí 2 agosto 2005
Grankullavik - Nabbelund - Långe Erik - Holmeboda - Hälludden - Nabbelund - Grankullavik (Ölands norrvästra udde - la punta nordoccidentale dell'isola di Öland)
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Dalle finestre che pur guardano ad occidente entra la luce, mi sveglio, guardo l'orologio e leggendo le 7 penso con disappunto che il bus per Byxelkrok (l'unico che arrivi in tempo per il la partenza verso la Blå Jungfru) è già passato. Dopo una mezz'ora mi alzo, e scopro con sconcerto che sono le 5:30. Visto che il sole è già sorto, mi vesto e vado un po' in giro ad osservare papere e inzaccherarmi le scarpe, che asciugherò poi sotto il termosifone su cui ho già steso i calzini lavati ieri.
    Tra doccia, colazione, barba e tanta pazienza, riesco a far arrivare le 8, ora di apertura della panetteria/reception. Prendo un Berliner (un bombolone: come diavolo si chiamano?) per una seconda colazione, poi mi consulto con la proprietaria per la gita in barca. Lei telefona al passatore, e scopriamo cosí che è tutto prenotato anche per domani. Senza aver deciso se rimanere o meno, mi incammino verso Nabbelund per dare un'occhiata (3 km all'andata e altrettanti al ritorno, tanto per riscaldarmi i muscoli…): non è neanche l'ombra di un villaggio, c'è solo un molo e una piazzola dove sostano delle roulottes, e un chiosco che dev'essere chiuso dai tempi dei vichinghi. Intanto il cielo si è fatto grigio e minaccia pioggia. Torno quindi a Grankullavik e pago la stanza per la prossima notte: la panettiera/locandiera mi fa lo sconto (da 300 a 250 corone) e noto che per domani è già tutto prenotato. Mangio un paio di panini freschi con l'insalata di patate che mi sono portata appresso da Korrö, miracolosmente ancora commestibile, e mi rimetto in marcia verso il faro. Di nuovo Nabbelund, da cui cerco infruttuosamente un sentiero lungo la costa, quindi torno sulla strada, seguo un sentiero che pare girare in tondo e infine sbuca su una strada asfaltata, lunga e noiosa, percorsa da molte auto che verosimilmente vanno verso il faro. La seguo, tentando deviazioni sulla riva del mare inutili quanto affaticanti. Secondo la guida, "around the western edge of the north coast, the waters are of the purest blue"; sarà che oggi il cielo è un po' coperto, ma qua le acque sono del grigio più puro.
    Alla fine eccolo là, l'Alto Erik, pieno di gente e non diverso dai suoi omologhi. Lo fotografo in diverse pose, salgo a guardare il panorama (si vede bene l'altra punta, su cui ero ieri), e me ne posso anche andare. Al ritorno cerco di continuare lungo la costa, ma i sentieri che seguo mi portano verso casette isolate o direttamente al mare, attraverso un campo costellato di pietroni coperti di licheni gialli che devono aver visto sbarcare i vichinghi, dove però non si riesce ad avanzare. Torno quindi sulla strada, ma vado verso sud, giusto perché "non si torna per lo stesso percorso dell'andata" (un altro degli stupidi imperativi che ho deciso di osservare). Lungo la strada un fattore dagli occhi acquosi mi apostrofa in tedesco, ci mettiamo a parlare, lui si lamenta delle auto che vanno al faro e fanno casino, io affermo orgoglioso che vado a piedi, ci salutiamo. Durante tutta la conversazione lui ha tenuto in braccio dei ciocchi di legno che dovevano pesare più o meno come me, non li ha mollati un secondo.
    Tiro avanti fino al prossimo incrocio, dove mi rassegno a camminare lungo la strada verso nord. Ma dopo un po' noto un sentiero sulla destra, che non mi farà risparmiare tempo né distanza, ma almeno offre qualche variazione. Cammino cosí tra l'erba alta che mi graffia le gambe, senza incontrare nessuno. L'ultimo tratto è il solito triste nastro d'asfalto.
    Oggi i km stimati sono tra 20 e 25, e sono anche riuscito a scottarmi il collo camminando sotto il sole. Redneck!

Mercoledí 3 agosto 2005
Grankullavik - Borgholm - Ottenby - Ås (Ölands södra udde)
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Alle 7 (stavolta quelle vere) il cielo è grigio e poco promettente. Mi trovo a far colazione con i nuovi vicini di stanza, che alla fine comprendo essere un nucleo familiare cosí composto: una trentenne cicciona che vive a NY (dove, scoprirò poi, lavora come agente di viaggi); il figlio Assar, un bambino di pelle scura che parla solo inglese e vuole a tutti i costi farmi giocare coi suoi pupazzetti; la sorella della cicciona, che vive a Lund e dice che il mio accento le sembrava finlandese (probabilmente perché non cantileno abbastanza - eppure a me sembra addirittura di esagerare), e i genitori. Il papà, in particolare, mi intrattiene in una conversazione meteorologica mentre io mi affretto a cuocere due uova che avevo comprato ieri e di cui mi ero dimenticato, e finisco per perdere il bus (né avevo ancora deciso dove andare: niente Blå Jungfru, il tempo fa schifo e quindi niente spiaggia, niente gita in aereo perché pare che non sia possibile). Non tutto il male vien per nuocere: mentre io fornisco informazioni su ciò che c'è da vedere qui al nord, loro mi convincono ad andare al sud, e addirittura telefonano all'ostello di Ottenby per prenotarmi una stanza.
    Munito cosí di piano di viaggio e un tetto per la notte, prendo il pullman successivo, che mi porta a Borgholm, pseudoporto iperturistico a cui do una rapida occhiata che non mi lascia alcuna voglia di vedere di più. Compro qualcosa da mangiare in un supermercato prima di salire sul secondo pullman, che mi lascia al Träffpunkt Öland in compagnia di quattro adolescentuli che si esercitano a sputare lontano. Mentre li osservo con sussiego, tra le scritte che imbrattano la pensilina ("And between the words of wisdom / and the slogans of despair / someone's just gone and written "I'm sorry" there", New Model Army, Marrakesh) ne noto una: "Tre saker vill jag ha: en rosa, en stjärna och dej. Rosan för dagen, stjärnan för natten, och dej för alltid" ("Tre cose desidero: una rosa, una stella e te. La rosa per il giorno, la stella per la notte, e te per sempre"). Ma tu guarda come sono insospettabilmente poetici questi giovani vandali!
    Dopo un'ora e mezza di viaggio, il pullman giunge all'estremità meridionale dell'isola, entrando in una riserva naturale con mucche e pecore al pascolo ovunque, prati che si gettano nel mare, le cui acque qui sono davvero blu, forse anche perché il cielo si è aperto via via che scendevamo. Sono quasi tentato di scendere qui e andare all'ostello a piedi. Ma no, meglio lasciare i bagagli e poi passeggiare.
    Sul giornale di oggi c'era un articolo su una fanciulla di Kalmar che si è girata tutta la Scandinavia a piedi o sugli sci o in canoa, con due cani, partendo a gennaio. E io che mi sentivo un eroe per una ventina di km!
    L'ostello, che si trova ad Ås, è carino. Io alloggio in una specie di capannone militare, in una stanza a 4 letti (2 strutture a castello), e sono il primo occupante: posso cosí scegliermi uno dei letti alti.
    Visto che ci sono ancora 4 ore buone di luce, mi metto in marcia deciso a raggiungere il mare dalla costa orientale. Per prima cosa, però, vado a dare un'occhiata al muretto che taglia l'isola da costa a costa, fatto erigere da Carlo X Gustavo nel 1650 per recintare la parte meridionale e farne una riserva di caccia ai cervi ("Geordie non rubò mai neppure per me / un frutto o un fiore raro / Rubò sei cervi nel parco del re / vendendoli per denaro", Fabrizio De André, Geordie, traduzione della ballata inglese Geordie will be hang'd in a golden chain, Thomas D'Urfey, Pills to Purge Melancholy, 1719-1720), che in effetti ancora pascolano nei dintorni. Sarà, ma il muretto mi pare identico ai tanti altri muretti a secco che si trovano sull'isola.
    Seguendo quelli che paiono sentieri, e invece sono probabilmente i percorsi del bestiame, mi infogno nel bosco finendo invariabilmente davanti a una rete o uno steccato che mi costringe a tornare indietro. Un'esperienza un po' frustrante, solo in parte compensata dall'enorme quantità e varietà di uccelli che affollano i cieli. Percorro cosí una mezza dozzina di km, prima di tornare all'ostello, dove mi butto sul letto.

Giovedí 4 agosto 2005
Ås - Ottenby - Långe Jan (Ölands södra udde) - Parboäng - Grönhögen - Gamlegärde - Nygärde - Näsby - Ås (Punta meridionale dell'isola di Öland)
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Il coinquilino, che è arrivato ieri sul tardi, se ne va all'alba. Poco dopo mi alzo anch'io, faccio colazione, pago un'altra notte (cosí risolvo soprattutto il problema dei bagagli) e alle 8 mi metto in marcia. Seguo la strada, poi nella riserva vado alla costa occidentale . Non incontro nessuno, cammino da solo in mezzo ai prati tra migliaia di uccelli e una discreta quantità di ovini e bovini, poi lungo la riva coperta di alghe dal forte odore salmastro, osservo le steli tombali dette Kungsstenar (Le pietre del re), un rigonfiamento del terreno che è tutto quel che resta di un'antica cappella, e verso le 10 giungo infine al faro, ancora poco popolato.
    Qui mi concedo una sontuosa seconda colazione con caffè e torta di mele con salsa alla vaniglia, prima di salire i quasi 200 gradini che conducono alla piattaforma.
    Il Långe Jan è più grosso e più alto del suo collega settentrionale Långe Erik, e da qui si domina un ampio orizzonte sul mare dello stretto di Kalmar, le cui profondità, peraltro, di rado superano poche decine di metri.
    Riesco a farmi scattare un paio di foto da alcuni motociclisti dall'aspetto formidabile, che scopro essere svizzeri, poi resto a lungo a respirare il vento. Per godermi alla grande la giornata, pranzo al ristorante (se cosí lo si vuol chiamare) Fågel Blå attingendo dal buffet a un misto di cavoletti, fagioli (che siano i famosi fagioli rossi di Öland?), fagiolini e altre verdure praticamente crude e condite di una salsa asprigna. Mi rimetto dunque in cammino lungo la costa occidentale, per tornare all'ostello da nord. Lungo la strada noto un curioso masso bucherellato dalla pioggia e dal vento, e poco distante ne trovo uno simile di dimensioni trasportabili, e decido di prenderlo come fermacarte. Per contrappasso, visto che mi carico di pietre, raccolgo anche una piuma bianca ("I will wear your white feather / I will wear your white flag / I will swear I have no nation / But I'm proud to own my heart", Marillion, White Feather, dall'album Misplaced Childhood) presumibilmente di gabbiano, che va a decorare lo zaino. Procedo in splendida solitudine cantando a squarciagola i miei Earworms: "The sheep's in the meadow, the cow's in the corn / now is the time for a child to be born" (The Crow on the Cradle) mentre mi lascio alle spalle prati popolati di mucche e pietre tombali vichinghe e mi avvicino, sospinto dal vento che spira da sudovest, al villaggio di Grönhögen, con un piccolo porto su cui pare che stia per scatenarsi un temporale.
    Rinuncio all'idea di arrivare fino a Eketorp, e giro invece per Gamlegärde/Nygärde, attraversando per un breve tratto l'Alvar, una rocciosa distesa di pietra calcarea su cui crescono solo radi fiorellini, e sul quale inizia a piovere. Sotto una fila di centrali eoliche, le cui pale girano furiosamente, tiro fuori la giacca impermeabile, restando però in brachette corte, e continuo a camminare (anche perché non c'è altra scelta per tornare all'ostello). La pioggia passa presto, e io attraverso campi coperti di messi dorate che evocano il Piccolo Principe e la sua volpe apprivoisée, e giungo infine a Näsby, tipico villaggio lineare con un paio di mulini a vento. Invece di andare a sud, verso l'ostello, giro invece a nord per raggiungere una minuscola spiaggia dove mi fermo a contemplare l'acqua scura e la melma lutulenta di alghe che marciscono sulla battigia. Di fare il bagno non se ne parla, col vento che tira.
    Prima del tramonto, comunque, riprendo finalmente la strada di casa, mettendomi a far fotografie alla mia ombra: cosí ci si riduce dopo una giornata di marcia solitaria!
    Mi balza all'occhio l'annuncio di un concerto nella chiesa di Ås; è già iniziato, ma affretto il passo e giungo in tempo per sentire la seconda parte, che consiste prevalentemente di musica romantica e noiosetta.
    Km stimati per oggi: circa 20.

Venerdí 5 agosto 2005
Ås - Näsby - Enetri - Össby - Eketorp - Färjestaden - Vickleby
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Dopo aver rassettato la stanza e preparato i bagagli, visto che non c'è un pullman prima dell'una mi incammino, carico come un somaro (e ho davvero le pietre addosso!) verso il borgo di Eketorp, che dista circa 7 km.
    Le gambe come al solito reggono bene (e queste scarpe, che comprai "al buio" ordinandole alla botteguccia del paesino in Toscana indicando solo che dovevano essere Adidas, bianche, non in pelle, fanno un ottimo lavoro), ma le spalle iniziano presto a far male.
    Sono cosí costretto a fermarmi spesso, e tento pure di fare l'autostop ("a feasible option" nella parte meridionale dell'isola, secondo quei buontemponi della Rough Guide. Ah ah ah!), ovviamente senza suscitare alcun interesse nei guidatori di Saab, Volvo e Audi che sfrecciano tranquilli lungo la strada, allargando la traiettoria per non rallentare. Maledetti!
    Dopo una marcia che pare interminabile, per fortuna quasi tutta a favore di vento (che spira sempre da sudovest), alquanto stremato arrivo al borgo di Eketorp, che come temevo è una pacchianata per bambini con personale in costume pseudomedievale e ben poco da vedere, essendo quasi tutto ricostruito, a parte i quattro porcellini che grufolano allegri in giro. Mi aggrego anche a una visita guidata (in svedese, certo), da cui ricavo poche informazioni sul borgo: il primo insediamento risalendo al V secolo dell'èra volgare, a questi giovanotti pare cosa molto antica (mentre dalle nostre parti eravamo già in piena decadenza di un impero secolare, e ancora più a sud c'erano monumenti vecchi di millenni… ma va be', non stiamo qui a fare a gara su chi ce l'ha più vecchio), fu in seguito abbandonato forse per la peste, quindi riportato in auge nel basso medioevo, adattato ad accampamento militare e infine abbandonato un'altra volta, diventando cava per materiali da costruzione.
    Per quanto cerchi di tirarla in lungo, la visita dura molto meno del tempo che resta prima del prossimo pullman. Il vento soffia sempre più forte, diventa stancante e rende impraticabile l'idea di trascorrere all'aperto queste ore; perciò mi piazzo all'interno del negozio di souvenirs e gadgets con una tazza di cioccolato caldo preparandomi all'attesa.
    Peraltro non so dove dovrò andare, visto che delle mie ospiti non ho più notizie, nonostante un messaggino spedito stamane. Ma ecco che mentre scrivo questa riga una vibrazione mi fa il solletico in tasca: Klara mi dice che dalle 17 in poi va bene (già, ma tanto il pullman passerà di qui alle 17:15!), dimenticandosi però di dirmi dove. Da quel che ricordo, comunque, abitano a Vickleby; ovviamente il maledetto pullman si ferma solo a 2 km di distanza. E va be', camminerò altri 2 km, che vuoi che sia…
    Attendo alla fermata assieme a due islandesi, globetrotters equipaggiatissimi e allegramente indifferenti al grand vent qui vente (Le grand vent, Laïs e Ludo Vandeau).
    Il conduttore del pullman, un tipo mediorientale che parla svedese poco meglio di me, mi dà una dritta: mi conviene arrivare a Färjestaden, e da lí prendere un altro bus à rebours per Vickleby. Allungo un po', ma almeno mi risparmio la scarpinata.
    Cosí mi trovo in breve ad attendere l'autobus alla stessa fermata da cui sono partito per il nord, e più o meno alla stessa ora. Vorrei presentarmi con qualche cosa per stasera, l'ideale sarebbe del gelato, ma dove lo vado a trovare in questo buco di posto? E poi rischio che mi si sciolga per la strada, lasciamo perdere. Certo che cosí faccio proprio la parte dello scroccone, però.
    Intanto arriva il pullman, e sotto la pioggia scendo a Vickleby.
    La scuola dove studiano Klara e Hilde (rispettivamente ceramica e giardinaggio) è la famosa Capella Gård, ideata mezzo secolo fa dal disegnatore Carl Malmsten per promuovere la formazione nelle attività artigiane. Malmsten acquistò alcune pittoresche fattorie di Vickleby e ci fece la sua scuola, che tuttora attrae studenti da tutto il paese.
    Mentre attendo che Klara venga a recuperarmi alla fermata dell'autobus, studio gli orari per domani mattina (il treno parte alle 11 da Kalmar).
    Klara arriva con un fungo prataiolo raccolto di passaggio, e mi fa strada verso casa di Hilde, dove ceneremo. Le case degli studenti sono molto carine, e piccolette. La povera Klara vive in una stanza minuscola, perciò non può ospitarmi. Ma sembra che un posto salterà fuori.
    A casa di Hilde c'è una sua amica, che forse si chiama Malin (ma perché non riesco a ricordarmi i nomi quando la gente mi si presenta?!) e viene come Hilde da Linköping (o una qualsiasi delle altre città svedesi che finiscono in -köping: Nyköping, Norrköping, Jonköping, Lidköping… tutte piazze di mercato, dal latino caupo, mercante: cfr. anche Kauf in tedesco e cheap in inglese), studia scienze politice (statskunskap) all'università, con prospettive vaghe. Sempre da Linköping c'è poi Jens (mi pare), che sembra essere il ragazzo di Hilde, e d'estate dorme in veranda all'aria fresca.
    La cena consiste in una pentolata di verdure, tuberi e ortaggi che più biologici non si può, visto che provengono dritti dalle coltivazioni della scuola (praticamente qui hanno instaurato un regime di autarchia, devono comprare solo latte e farina, poi si fanno pure il pane: ci pensa Jens); in mezzo c'è pure il fungo raccolto da Klara. Vengono inoltre serviti (be', in realtà bisogna servirseli da sé) degli spaghetti di zucca: una zucca bianca e ovale cotta intera nell'acqua, poi tagliata e scavata con un cucchiaio si sfilaccia producendo effettivamente una specie di spaghetti, come dei crauti. Il tutto è squisito, e io sono contentissimo di essere stato invitato!
    Come al solito la conversazione non è il mio forte, ma nessuno sembra darsene cruccio.
    Dopo cena arriva un altro ragazzo, il cui nome mi sfugge subito, che sta per trasferirsi a Malmö, sembra alquanto intimo con Klara e mi rivolge spesso la parola, riuscendo per lo più ad essere anche comprensibile. Con lui e Klara faccio un giro notturno per la scuola, entrando nei laboratori di ceramica, dove ogni studente ha il proprio tavolo con la luce e il tornio, e sembrano degli scriptoria medievali (e noi che ci aggiriamo di notte saremmo frate Guglielmo da Baskerville e il giovane Adso da Melk, e io finirei per fare la parte di Jorge, penso subito rosaenominalmente). Klara mi mostra anche alcune sue creazioni: sono graziosissime, scatole e tazze incredibilmente raffinate, con rilievi e trasparenze e ornamenti. E questi sono solo gli scarti, i pezzi migliori sono esposti in vendita nella boutique della scuola. Purtroppo non farò in tempo a prenderne qualcuno, e mi spiace davvero. Il giro prosegue per i giardini, dove si coltivano fiori e piante varie, di cui chiedo diligentemente i nomi pur ignorandoli (da cittadino qual sono) in italiano.
    Dopo la visita guidata andiamo in un locale (immagino l'unico del paese: anzi mi sorprende che ce ne sia uno, anche se pare che resterà aperto per pochi giorni ancora) che si chiama Mejeri (più o meno "caseificio", "dairy" in inglese), arredato in stile semi-marocchino, e dove la bambina che ci serve il gelato, sentendomi pronunciare (male, evidentemente) "vanilj", mi parla direttamente in francese. Arrivano poi anche altri, tra cui "Anchovy" (l'amica che ci aveva accompagnati: non la riconosco e faccio la solita figuraccia ripresentandomi), ma sono troppo stanco anche solo per provare a seguire la conversazione. In realtà vorrei andare a dormire, ma non so ancora dove dormirò e certo non posso pretendere di accorciare a mio comodo il venerdí sera di questa bella gioventù. Per fortuna, però, non tirano tanto tardi, e per l'una siamo a casa di Hilde, dopo aver recuperato un materasso di fortuna che viene buttato ai piedi del letto dove dormono lei e Malin (mentre Jens, come già detto, si corica allegramente nella veranda).
    Sono commosso dall'ospitalità di questi ragazzi: la casa è un buco, eppure non si fanno nessun problema ad accogliermi, anzi Hilde mi dice "när man har gäster måste man klara sig" ("quando si hanno ospiti bisogna arrangiarsi") mentre piazza il materasso e mi dà la buona notte.
    Con tutta la maglia Patagonia, ripristinata per la notte, sento freddo. Sarà la finestra spalancata… ma come fa quello là fuori? Forse sono un po' fiaccato dalle marce di questi giorni, sento di covare un mal di gola.

Sabato 6 agosto 2005
Vickleby - Kalmar - Copenhagen
Foto (Öland II)
Foto (Copenhagen II)

Verso le 6 il buon Jens rincasa, e quando mi alzo lo trovo in cucina che legge il giornale. Facciamo colazione insieme commentando l'omofobia italiana (c'è un dossier nel giornale sul gay pride di Roma) e mangiando pane fatto in casa e marmellata di havtorn (i.e. Hippophae rhamnoides, in tedesco Sanddorn, bacche gialle che crescono sulle isole di Hiddensee e Rügen, ed evidentemente anche qui: in inglese sea buckthorn, in italiano apparentemente "olivello spinoso"), dal sapore forte e un po' aspro.
    Cercando di fare meno rumore possibile, rassetto le mie cose e me ne vado alla chetichella, lasciando a Jens i miei saluti e ringraziamenti per le fanciulle.
    A Kalmar piove a catinelle (le previsioni per oggi sono pessime); rinuncio a fare un giro anche breve, e me ne resto seduto alla stazione a leggiucchiare in attesa del treno.
    Il viaggio da una costa all'altra dura circa tre ore, attraverso infinite foreste e laghi.
    Dal ponte saluto la Svezia, sperando di tornare presto.
    A Copenhagen scendo direttamente ad Østerport, e mi avvio all'ostello. Arrivo mentre una dozzina di giapponesi stressa la receptionist con mille questioni; io compilo diligentemente il modulo e cerco di assumere la parte del cliente che non dà problemi, ma poi sono costretto a chiedere se c'è modo di essere svegliato presto domani mattina. C'è: vengo inserito in una waking list. Visto che è un dormitorio, non so come funzioni questo servizio, e chiedo: cosa succederà alle 6:45, un omone brutto e cattivo verrà a scuotermi nel letto? La ragazza mi risponde "yes, someone will come and wake you up, it won't be me sadly, but a man". Ohè, bella, datti una calmata, io mica ho chiesto di essere svegliato da te a forza di baci, neh. Dev'essere abituata ad arginare gli ormoni vaganti dei miei connazionali, poveretta.
    Scaricato il bagaglio, lascio che le gambe mi portino a spasso per la città. Seguo il Sortedams Sø verso Norreport, poi piego verso il centro, scattando foto più o meno ispirate a tutto ciò che mi capita davanti.
    Come già notavo all'andata, Copenhagen è come Berlino una città in cui è piacevole passeggiare osservando gli edifici, ma ha qualcosa che mi infastidisce. È una città troppo fichetta. Gli abitanti che fanno jogging sembrano tutti belli e sani, le ragazze sono tutte potenziali vincitrici di un concorso di bellezza; umpf, è tutto troppo perfettino, non c'è paragone con la bellezza a tratti sbilenca e sotterranea di Berlino.
    Cammina cammina sono arrivato al Christianshavns Kanal. Già che ci sono, faccio un salto a Christiania, che non differisce dai centri sociali occupati se non per le dimensioni e la prosperosa attività commerciale (ecco cos'ha che non va questa città: sotto sotto è commerciale, o almeno commerciabile!) che vi fiorisce. In ogni caso mi fermo per un pasto vegan, e poi ripercorro la strada all'indietro, soffermandomi lungo il canale ad ammirare i colori che il cielo al tramonto dipinge sulla città. Tra una pioggia e l'altra sbucano arcobaleni che cerco di fermare nelle foto - ma perché sono sempre da solo quando vedo un arcobaleno?
    Al crepuscolo torno all'ostello, e alle docce incappo in una congrega di squallidissimi vitelloni italiani dai culi bassi e pelosi che s'impomatano per andare a rimorchiare le biondone al centro (eh già, è sabato sera). Mantengo un silente contegno, pronto a rispondere in svedese se solo si azzardano a rivolgermi la parola. O turpe e vile stirpe!
    Mi metto a dormire già amareggiato per il ritorno al belpaese dei buzzurri.

Domenica 7 agosto 2005
Copenhagen - Roma


Ben prima che arrivi l'uomo nero a tirarmi per le orecchie, mi sveglio per conto mio e mi preparo con calma alla partenza, mentre gli ultimi forsennati del sabato sera tornano dai loro divertimenti.
    Nella quiete della domenica mattina cammino fino alla stazione, da cui il solito trenino proveniente da Kalmar mi porta in un quarto d'ora (e per meno di 3 euro) all'aeroporto. Qui faccio il mio bel check-in automatico (l'efficienza scandinava!), guardando con commiserazione la fila di quelli che si ostinano ad andare agli sportelli.
    Mentre attendo l'imbarco sfoglio libri e giornali, e mi cade l'occhio sul libro di un giovane alpinista americano, che durante un'escursione solitaria rimase con un braccio incastrato sotto una roccia, e per salvarsi dovette amputarselo. Già la storia in sé è agghiacciante, per quanto io possa immaginare che, dopo tre o quattro giorni sotto la roccia, il braccio fosse in piena necrosi e affatto privo di sensibilità; ma quel che è più sconcertante è che il tipo, provvisto di macchina fotografica, non ha perso occasione di riprendere le varie fasi della tragedia, compresa l'amputazione.
    L'aereo è pieno di italiani burini di ritorno da viaggi organizzati, e su tutti i posti disponibili nel check-in automatico io sono riuscito a pescare l'unica fila senza finestrini, quella all'altezza delle uscite d'emergenza. Ma porca miseria! Provo a sgattaiolare in un altro posto, ma l'inflessibile hostess mi becca subito e mi ricaccia indietro. Va be', mi leggo il mio libro e chissenefrega del paesaggio, tanto è nuvolo.
    A Roma fa caldo, ma neanche troppo, e a casa con madre, nonna e zio l'umore mi precipita subito sottoterra.





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