Diario di viaggio in Scandinavia, luglio / agosto 2002
Ho scritto questo diario durante il viaggio, per fissare quello che volevo ricordare. Non è un esauriente resoconto di viaggio né un’analisi obiettiva del paese; solo il mio taccuino verde con una farfalla dorata sulla copertina.
La parte visiva consiste di sei rullini di foto, che procurerò di passare allo scanner (se qualcuno mi presta uno scanner) e incorporare nell’edizione on-line del diario (conoscendo i miei tempi, sarà pronta per la fine del secolo).
Buona lettura
18 luglio
Roma – Amsterdam – Berlino
Parto con un bagaglio ridottissimo dentro al nuovo zaino Berghaus, che mi pare meno capiente dello zainetto che uso tutti i giorni. Sacchi a pelo, tappetino isolante e tenda sono appesi all’esterno, legati come salami con un groviglio di cordini da 2,5 mm che mi sono premurato di annodare con perizia. Vedremo quando sarà il momento di sciogliere i nodi.
All’aeroporto di Roma problemi con la carta d’identità, perché plastificata; cerco affannosamente di togliere la pellicola trasparente, ma è incollata. Alla fine comunque passo la dogana senza problemi.
In viaggio osservo il sole sotto l’aereo, riflesso sulle nuvole; scruto i volti olandesi, dolicocefali o tondeggianti, delle hostess.
A Berlino piove.
Cena in un ristorante indiano nuovo (sulla Turmstraße?)
19 luglio
Berlino – Rostock
Al momento della partenza da casa, la cinghia dello spallaccio del nuovo e costosissimo zaino Berghaus mi rimane in mano: immagino che si sia sfilata, ma con stupore e una certa incazzatura constato che si è strappata. Trasbordiamo tutto il bagaglio in un vecchio zaino di B. I nodi si sciolgono alla perfezione, e scopro pure che i cordoncini con cui raccolgo le cime in eccesso hanno un nome: "English Trumpet". Carino, suona bene.
Passando dalla stazione, B. compra due cerchietti d’oro, per i buchi che ha da pochi giorni alle orecchie.
Anche a Rostock piove.
Faccio la conoscenza del prof. dott. K. e signora: mi osservano curiosi, ma non accennano domande indiscrete, più per riservatezza che per le difficoltà linguistiche (l’inglese lo parlano abbastanza bene). Herr Prof. Dr. E.K. ha un’aria svagata ed eternamente distratta, mormora in continuazione cenni d’assenso che mi è difficile capire se siano rivolti a se stesso o ad altro.
20 luglio
Rostock – Trelleborg – Malmö – Lund
Accompagnati all’alba al porto di Rostock, ci imbarchiamo sullo Skåne, traghettone della Scandlines condotto da marinai di poche o nulle parole, in veste blu e gialla (i colori nazionali della Svezia, che nemmeno i più distratti possono fare a meno di notare ovunque si giri lo sguardo). Cerchiamo di recuperare il sonno a cui siamo stati strappati, ma io sono tutto inteso a carpire parole svedesi tra gli schiamazzi dei marmocchi biondi che corrono come turbini per tutta la nave.
La traversata del Baltico ci porta in pieno inverno (nebbia, freddo e grigio), e io incomincio a preoccuparmi: ho indosso tutti gli indumenti pesanti del mio bagaglio, come farò?
Invece in Svezia troviamo il sole sulle bandiere rosse e gialle dello Skåne, la regione del sud-ovest a lungo colonia danese.
Appena sbarcati, tento la mia prima conversazione in svedese: ma gli intervistati non intelligono verbo. Mi solleva dal disappunto la scoperta che trattasi di due olandesi (neerlandesi, per essere corretti: ma si dichiarano "from Holland"). Al secondo tentativo ("Var är station?"), portato verso due indigeni, incappo in una correzione sull’impossibile suono di "sj". E comunque non c’è una stazione del treno a Trelleborg!
Ci dirigiamo alla desolata e assolata stazione dei pullman, attendiamo pazienti e mezzi squagliati, aspiriamo i fetori scandinavi sul bus.
A Malmö fatichiamo parecchio a trovare l’Avis: marciamo con i gravi bagagli in spalla, chiediamo informazioni ricavandone risposte in serratissimo dano-svedese dello Skåne (o almeno, così mi consolo io perché non capisco), infine troviamo l’ufficio. Contrattiamo per riconsegnare l’auto a Stoccolma, e infine prendiamo possesso della nostra Volkswagen Polo, che si rivela però essere una Mitsubishi Space Star (va be’, chi se ne frega), con dotazione di cerchi in lega, aria condizionata, radio e lettore cd (a saperlo!), vetri elettrici, computer di bordo (che con testarda ostinazione indica una velocità compresa tra 60 e 67 km/h, consumo di 17 km/l e autonomia di carburante di 538 km) e un mucchio di altre diavolerie che – già lo so – porteranno i consumi a livelli da Jaguar.
Indirizzati dal commesso dell’Avis, ci fiondiamo (al rallentatore, in ossequio ai famigerati limiti di velocità – ma di poliziotti nemmeno l’ombra) in una spiaggia a sud della città, con vista sul grandioso ponte che unisce Svezia e Danimarca (16 km, appoggiandosi qua e là).
Piacevole bagnetto e successivo principio di assideramento per me (la brezza tagliente e il nuvolone che si piazza davanti al sole certo non mi riscaldano).
Puntiamo verso Lund, ma rinviamo la visita all’indomani, cercando intanto un posto per la notte. Forti dell’allmänsrätt ("diritto di ciascuno" ad accamparsi da qualsiasi parte), ci aggiriamo nei dintorni della cittadina osservando ogni lembo di prato. Infine troviamo un bel campo, riparato e pianeggiante, con accesso per la macchina. Unico neo è il viavai di gente che porta a spasso i cani, fa jogging o va solo a passeggio, sul sentiero a un centinaio di metri. Ma non ci formalizziamo e tiriamo fuori la tenda, sperando che abbia sorte migliore dello zaino.
È una bellissima tenda blu, a due veli, facile da montare e accogliente.
21 luglio
Lund – Landskrona – Kullen
Ci svegliamo sotto un cielo meno terso di ieri, ma tutto sommato il tempo tiene.
Ripieghiamo la tenda e muoviamo alla volta del centro di Lund: è una piccola, graziosa e deserta città universitaria, tipo Cambridge ma mooolto più piccola. Ci fermiamo ad un caffè per la colazione e l’abluzione mattutina.
Nella chiesa di San Pietro (con annessa cripta dove mi diletto a leggere le lapidi in danese del ’600) un anziano e gioviale signore ci spiega in tedesco l’orologio astronomico, simile a quello di Rostock.
A proposito di lingua, abbiamo modo di notare che molte persone anziane parlano benissimo il tedesco (è noto che la Scandinavia era assorbita nell’area di influenza germanica, tanto che Kierkegaard infilava parole tedesche nel suo danese, e molte parole svedesi sono importate dal tedesco), ma tutti, proprio tutti, parlano benissimo l’inglese, e però lo scrivono da cani; è vero che l’ortografia inglese è capricciosa assai, ma siamo stupiti dalla discrepanza tra parlato e scritto: probabile effetto della diffusione di film e televisione in lingua inglese, sottotitolati in svedese.
Sotto un cielo rannuvolato ritorniamo alla costa e infiliamo l’autostrada E6 verso nord. È impressionante la quantità di Volvo: su dieci macchine, sette sono Volvo, due Saab e l’ultima è un’auto con targa danese o tedesca.
Landskrona è ancora più deserta di Lund; e non c’è nulla da vedere. Facciamo la spesa (biscotti, pane scuro, una vaschetta di insalata di patate, yogurt varî, succo d’arancia e di mela, e tre cd da ascoltare in auto: Sarah Vaughan, Muddy Waters e John Coltrane). Con una certa soddisfazione riesco a condurre il pagamento con bancomat in lingua.
Risaliamo ancora la costa in cerca di un posto tendabile. La penisola di Kullen è quasi tutta riserva naturale, e scende già una pioggerellina leggera. C’è ancora molta luce, ma abbandoniamo le ricerche e piantiamo la tenda in un posto tranquillo (solo un po’ di capre nei dintorni), disgraziatamente prossimo a un grosso cilindro di cemento, che deve essere una centralina elettrica e ronza come un frigorifero da diecimila litri. Attendiamo ansiosi di scoprire se la tenda reggerà davvero l’acqua – anche se B. mi dice che sulla guida è scritto che in Svezia le piogge sono violente e brevi.
In effetti piove forte, anzi fortissimo. Ma non accenna a smettere. Durante la notte mi sveglio varie volte per il rumore assordante, temendo di trovarmi a mollo. Ma la tenda tiene bene, e solo dal pavimento trasuda un po’ di condensa.
22 luglio
Penisola di Kullen – Ängelholm – Falkenberg
Alle dieci di mattino piove ancora che dio la manda. Verso mezzogiorno approfittiamo di un momento in cui i rovesci si attenuano per infilare tutto in macchina – la tenda ovviamente è zuppa, e la stendiamo tra i sedili posteriori e il bagagliaio. Sguazziamo via dal fango e andiamo a fare colazione ad Ängelholm (la capitale mondiale degli UFO, dacché nel 1946 tal Gösta Carlsson convinse tutti raccontando di essere stato visitato e prelevato dai soliti omini verdi), in una piccola e graziosa pasticceria, di cui sfruttiamo a fondo il bagno.
Sotto la pioggia battente raggiungiamo la penisola successiva, di Bjäre, secondo la guida molto suggestiva. Non possiamo ammirare il paesaggio, però, perché è tutto avvolto nell’acqua. Il bed & breakfast suggerito dalla guida ("con ghiotta cucina vegetariana"!) è completo, l’unica chance sarebbe una camerata da sei da spartire con marmocchi tennistici a Båstad (orribile cittadina tutta devota allo sport di Wimbledon). Con lieve prepotenza sulla paura di B., insisto per sfidare il diluvio, e a passo di lumaca (50 km/h) sull’autostrada, sedati dalla voce di Sarah Vaughan, raggiungiamo Falkenberg, deserta e desolata (cominciamo a domandarci dove mai siano tutti gli abitanti delle case), ma dotata di un alberghetto economico (si fa per dire: 440 corone), l’Hotel Steria, dove almeno possiamo fare una doccia e lavare un po’ di vestiti.
La passeggiata serale ci conferma l’assoluta assenza di ogni forma vivente nella città: chiusi i pochi caffè, deserte le strade ciottolate tra le amene casette di legno dipinto nei toni pastello di giallo, azzurro scuro, rosso, grigio o verde.
Cominciamo a notare la costante e abbondante presenza in ogni città di due generi di negozi: 1) Begravningsbyrå (pompe funebri), con tanto di vetrine illuminate e offerte speciali; 2) ottici, in quantità sproporzionata.
Provo a telefonare ad Andreas, un ragazzo di Borås che speravo di andare a trovare, ma non mi risponde. Sarà terrorizzato che gli piombi a casa un italiano con fanciulla germanica al seguito; e in effetti il suo terrore sarebbe ben fondato.
23 luglio
Falkenberg – Varberg – Gotenburgo – Marstrand
Dopo la pantagruelica colazione (inclusa nel prezzo), lasciamo l’Hotel Steria portandoci via due uova sode, stampelle in quantità per stendere i vestiti bagnati dentro alla macchina (che comincia già ad assumere l’aspetto della roulotte degli zingari), e una versione bilingue (svedese-inglese) del nuovo testamento gentilmente offerta dai Gedeoni internazionali. In effetti il libro si era già dimostrato utile per tenere aperta la finestra…
A Varberg l’unica cosa da vedere è la fortezza di costruzione danese, sul mare mosso dal forte vento. Molto amletica, con alti bastioni ed erba verdissima ovunque, è impressionante quanto basta. Esigo una passeggiata sul molo, dove possiamo ammirare l’isoletta antistante e compiangere la sorte degli abitanti delle tre case che vi sorgono, costretti a prendere la barca anche solo per comprare il giornale.
Varberg è un centro turistico, e c’è anche un Body Shop, dove posso comprare uno shampoo (ossessionato dalla necessità di contenere il bagaglio, avevo contato sulla vanità femminile; ma B. ha portato un flaconcino minuscolo).
E via, verso Gotemburgo (Göteborg, il nome svedese, si pronuncia "jœteborj", e mi pare meglio adattare all’italiano il nome inglese, probabilmente transitato dal latino).
Gotemburgo, appunto, è affollatissima, urbana e costosa. Dopo vario vagabondare tra uffici del turismo e caffè, decidiamo di andare a piantare la tenda in un parco a sud della città. Ma quando, persa e ritrovata la strada varie volte, ci arriviamo, dopo aver trovato l’unico posteggio disponibile nel raggio di 15 km, scopriamo che è 1) montagnoso, 2) roccioso, 3) acquitrinoso. Io ne ho abbastanza, e cosí partiamo per la costa a nord: Kungälv, dove la strada finisce in un ventosissimo porto con case, posti auto riservati e nemmeno una persona a cui chiedere. L’unico che trovo è una specie di minorato che falcia il prato e non mi sa dare indicazioni. Ci avventuriamo in una stradina nel bosco, alla ricerca di un prato che non sia paludoso né chiuso al campeggio (praticamente tutta la terra qui è organizzata, non si può posteggiare a caso nemmeno nel mezzo della campagna), ma una breve conversazione (in lingua, eh!) con un fattore ci convince che è meglio puntare all’isola di Marstrand, dove arriviamo dopo aver traversato piccoli fiordi e penisole spazzate dal vento. Alle dieci di sera siamo di fronte all’isoletta, senza speranza di accamparci. Il traghetto ci sbarca sull’altra sponda, e cerchiamo una sistemazione; ma all’ostello c’è solo una stanza a sei letti (di cui due già occupati), per la modica cifra di 590 corone. In un accesso di prodigalità, vado a chiedere al Grand Hotel: la receptionist parla con noi in spagnolo (dev’essere sudamericana) e, forse impietosita o solo mossa dal senso degli affari (a quest’ora non arriveranno altri clienti), ci cede per 1000 corone una stanza che andava per 1750. Ed è veramente una reggia: veranda sulla piazza centrale, con l’immancabile bandiera svedese (ce n’è una ad ogni casa) sul pinnacolo di fronte a noi, un letto incredibile, vasca da bagno, accappatoi, frigo-bar e un mondo di altre sciccherie. La nostra cena con gli avanzi di potatissallad, mandelpaprika e uova sode rubate stamane a Falkenberg rende tutto più divertente.
24 luglio
Marstrand – Stenungsund – Orust – Vänersborg
Sontuosissima colazione al Grand Hotel (con il consueto furto di uova), lettura dei giornali internazionali, poi gita alla fortezza-prigione dove fu rinchiuso per 25 anni il ladro en travesti Lasse-Maja (Lars Molin, 1785-1845, che si spacciava per fanciulla sotto il nome di Maja, e grassava le famiglie ove prestava servizio), e periplo dell’isola alla ricerca del faro, che raggiungo (da solo) sotto le sferzate di pioggia mista a onde che il vento spruzza assieme ad una spessa schiuma bianca, dopo aver guadato pozze marine viscidissime e popolate di meduse bianche e rosse.
Completamente zuppi torniamo sulla terraferma, facciamo un po’ di spesa, il pieno di benzina (300 corone) e partiamo (con le scarpe sotto alle bocchette di ventilazione del riscaldamento) per Stenungsund, donde una serie di ponti più o meno impressionanti collega alcune isole del fiordo: Tjörn, Orust etc.
Poi deviamo verso l’interno, e finiamo a Vänersborg, corrispondente sulla sponda meridionale di "Fucking" Åmål: all’ufficio del turismo ci informano che il grande evento in città è in questi giorni un raduno di rockabilly nei giardini del centro, e ci trovano un posto all’ostello della gioventù (Vandrarhem), che sembra più un ospizio (ed è verosimilmente gestito da un’associazione cristiana). La sera disdegniamo i ciuffi a banana e le loro (bellissime) auto americane anni ’50 e ’60 (qui in Svezia ce n’è un mucchio) e ci chiudiamo in un pulciosissimo cinema a vedere Spiderman.
25 luglio
Vänersborg – Läckö Slott – Källby – Mariestad – Storfors
Dopo aver coscienziosamente rigovernato la stanza (come richiesto), ci lanciamo al buffet della colazione. Non rubiamo uova, questa volta, ma riempiamo il thermos di caffè e latte.
Lasciamo questo buco disgraziato di Vänersborg, costeggiando la sponda meridionale del lago Vänern. Andiamo a visitare il fiabesco (e noiosetto) castello di Läckö, passiamo il sito archeologico di Källby (pron. "scèllbü", e significa "villaggio della fonte") dove un paio di lastre runiche decorate ed iscritte ("Harald e Knut hanno eretto questa pietra in memoria del padre Olof" è più o meno il testo fisso, mutatis mutandis nominibus) si fronteggiano con piglio marziale.
Secondo la Rough Guide, Mariestad è molto graziosa e interessante. Noi cominciamo a dubitare che gli autori della guida siano un branco di dementi. Nella cittadina, comunque, cerchiamo un internet café dove io possa controllare la posta. Una ragazza molto gentile ci accompagna alla biblioteca, chiacchierando in svedese e tedesco (e pone la fatidica domanda: "Warum Mariestad?!"). Nella biblioteca, grazie alla gentilezza dell’impiegata, guardo la posta: solo un virus.
Sul far della sera ci avventuriamo in un paesino completamente deserto (una ragazza seduta su una panchina manda SMS, tutti i negozi chiusi, tre begravningsbyrå). Alla periferia di Storfors facciamo una piccola provvista in una botteguccia di arabi germanofoni, e poi ci accampiamo, tra zanzare e altre bestie, in una radura del bosco.
26 luglio
Filipstad – Dalarna – Orsa
"Tomgångskörning förbjuden / max 1 min."
Un cartello di divieto corredato da questa esplicazione accoglie il guidatore all’ingresso in ogni città del paese. Con la mia profonda conoscenza della lingua, arrivo ad interpretarlo come "guida a vuoto proibita / max 1 min.": ne deduciamo che in città è vietato spostarsi in auto senza una meta precisa, del tutto o per un tempo variabile tra 1 e 3 minuti. Ma l’esegesi ci lascia perplessi.
Levate le tende, andiamo a fare colazione a Filipstad, altro ameno e desolato paesino. La konditori è priva di gusto come i suoi croissant (ho rinunciato alle indagini sullo strutto, per non complicarmi troppo la vita), ma il bagno è ampio e a turno ci ristoriamo dai rigori del campeggio.
Compriamo altri tre cd, di musica barocca. Nel negozio di dischi mi trattengo a fatica dall’acquistare i cd dei libri di Astrid Lindgren letti dall’autrice – attendo Stoccolma per farne incetta.
Mentre B. siede su una panchina con statua di Nils Ferlin, io mi intrufolo nella biblioteca e controllo gli altri indirizzi di posta elettronica che non avevo potuto guardare da Mariestad.
Mettiamo altre 400 corone di benzina, quando il contachilometri segna quota 1000.
Continuiamo verso nord, e finalmente entriamo nella celebrata regione del Dalarna (o Dalecarlia), dove incontriamo subito un paio di alci (madre e figlio): secondo la guida accettano volentieri mele dalle mani, e io cerco di avvicinarli offrendo un pomo. Del tutto indifferenti, brucano nel sottobosco e poi se ne vanno. Ci fermiamo per un delizioso picnic sul pontile di un laghetto dall’acqua nera, e B. non vuole convincersi che la figura sull’altra riva non è quella di un pescatore, ma di una statua.
Accompagnati dall’Adagio di Albinoni, attraversiamo le splendide valli del Dalarna (che significa appunto "le valli"), incontrando lungo la strada prima il paesino di Syknäs (pron. quasi come "sickness", = "malattia" in inglese) e poi quello di Gesunda ("Gesundheit" = "salute" in tedesco). La coincidenza ci diverte molto.
Sotto un cielo benigno arriviamo al lago Siljan, su cui stanno le città di Mora e Orsa (quest’ultima con annesso parco di plantigradi). Pochi chilometri a nord, le "rapide dell’inferno" Helvetefallet, dove B. soffre le vertigini, la paura degli orsi e i sandaletti del tutto inadatti all’escursione. Ma il luogo è suggestivo, e sembra proprio di scorgere Ronja Rövardotter al di là del ponticello traballante sulle rapide.
Piantiamo la tenda in un bel bosco foderato di muschio; mentre B. scruta i dintorni col terrore di veder comparire orde di orsi, io sono molto più preoccupato per le zanzare. Ma non sono queste, bensí altri insettini minuscoli, tanto da entrare dalle maglie della zanzariera, a rovinarci il sonno.
27 luglio
Orsa – Noppikoski – Vemdalen – Östersund
Mi sveglio con un discreto torcicollo, mal di schiena e i piedi gelati.
Proseguiamo verso nord, lasciamo il Dalarna ed entriamo nello Hälsingland. Ci fermiamo al mercatino di Noppikoski, dove molte persone sembrano Saami (occhi tagliati all’insù, capelli scuri, visi più larghi); c’è una fiera di paese, e tra paccottiglia varia e hamburger di renna, si vendono pelli d’orso e corna d’alce.
Facciamo colazione in un pittoresco caffè molto rustico, decorato con corna a profusione e molti ammennicoli finnici (sci, slitte, racchette da neve, campane per il bestiame etc). Ma il meglio è nel bagno: tappezzato di giornali degli anni ’30, adorno di una testa di renna dagli occhi vellutati.
Sul giornale (che abbiamo l’abitudine di consultare scrupolosamente per le previsioni del tempo) osserviamo il titolo che occupa l’intera prima pagina: "Uomo di 69 anni disperso nel bosco mentre cerca funghi". È dura per i giornalisti, da queste parti.
Passata la montagna (la Svezia è alquanto piatta, e il nome berg viene speso per rilievi che onestamente allignano piuttosto al rango di colline, mentre fjäll è riservato alle aspre cime prossime alla Norvegia) di Pilkalampinoppi (644 m), raggiungiamo l’inutile città di Sveg, dove non riusciamo a comprare un rullino per la macchina fotografica.
Da Sveg prendiamo la strada n. 84 verso nord-ovest, e poi giriamo a destra sulla 315 che ci porta sulle montagne (Skovdallsfjäll, ben 1009 m). A Vemdalen, finalmente, compriamo un rullino, dei calzini di spugna per me e facciamo una foto alla amena chiesetta di legno, unica attrattiva del posto. L’atmosfera sonnacchiosa sembra quella del profondo sud degli Stati Uniti, e le vecchie auto americane impolverate mi fanno pensare al telefilm di Bo & Luke.
Qualche montagna più avanti scorgo un pollice al vento, e, malgré B., carichiamo Mats, un ricercatore che vive nella foresta studiando gli alberi, e va al festival di Östersund. Anche noi stiamo andando lí, perché stasera ci sarà anche il concerto della Fanfare Ciocărlia, la famosissima banda di fiati zingari, di cui B. è amica.
Chiacchierando con Mats svelo finalmente l’arcano del divieto di "tomgångskörning": è vietato tenere il motore acceso quando ci si ferma! (Ah, questi maniaci dell’ecologia…)
Östersund è anch’essa una desolata cittadina, che vive soltanto due giorni l’anno, appunto per il festival. Orde di svedesi e norvegesi ubriachi ovunque mi mettono già ansia e cattivo umore. Quando poi scopriamo che l’entrata ai concerti costa 370 corone (circa 40 euro) a testa, mi impunto e voto decisamente contro.
Andiamo a rendere omaggio alla Fanfare, e a piatire un accredito dal manager Helmut. Ma non c’è sorte. Ci aggiriamo quindi per la città, arginando gli approcci di varî ubriachi conversativi o molesti, prendiamo un falafel e ce ne andiamo verso ovest a cercare un posto dove mettere la tenda.
Sotto i bagliori delle luci boreali, troviamo un bel prato a Västerkälen
28 luglio
Västerkälen – Mattmar – Mörsil – Åre
Mi sveglio presto, e faccio una passeggiata. Il posto dove siamo capitati nel buio rischiarato solo dalle striature celesti del nord (e dagli abbaglianti della macchina) è molto bello. Abbiamo piantato la tenda a pochi metri da una baracchetta del XIX secolo, che il contadino locale doveva tenere a disposizione di un soldato.
Ci rimettiamo in marcia alla ricerca di un caffè con bagno, e finiamo a Mattmar, in una amena collina con antiche capanne e una torre di avvistamento, con tanto di cameriera in costume e concerto di fisarmonica, sotto un bel sole caldo.
Costeggiamo il lago. A Mörsil ci concediamo un bagno, in compagnia di quattro norvegesi che sembrano Mr. Natural Born Killer e famiglia (ma si riveleranno poi molto meno minacciosi quando ci chiederanno un po’ di carta igienica). L’acqua è gelata, trasparente e scurissima. Dopo tre notti in tenda, ci voleva proprio.
Giungiamo finalmente ad Åre, paesino tra il lago (Åresjön) e la montagna (Åreskutan: 1420 m).
All’ufficio del turismo ci prenotano una stuga (casette di campagna: ogni famiglia ne ha una, e molte sono affittate per le vacanze) presso il signor Andersson, per sole 200 corone. Quando arriviamo al posto, un vecchietto malconcio viene fuori e ci indirizza alla nostra casetta, dicendo che lí troveremo suo padre, che se ne occupa! I due puzzano tremendamente di vodka e piscio, ma la casa è perfetta: minuscola (io debbo stare curvo), su due piani, con tanto di cucina e tv via cavo. I vecchietti ci raccomandano una dozzina di volte di non lasciar entrare la gatta, che altrimenti si mangia tutte le nostre provviste: ma la bestiola non mostra alcun interesse per le nostre scorte.
Diamo subito un tocco zigano al luogo stendendo i panni lavati sulla veranda e invadendo anche la stuga gemella, che non è abitata.
Scendiamo in paese e compriamo pasta e pomodori; ma, quando mi accingo a cucinare, mi accorgo di non aver pensato all’olio (che ovviamente non trovo assieme al sale e allo zucchero nella dispensa): con un certo imbarazzo, preparo il sugo utilizzando il Bregott, sorta di burro grassissimo molto diffuso in Svezia.
La sera inizia a piovere, e io sono molto contento di aver trovato un tetto. Ma i miei piani alpinistici per l’indomani rischiano di fallire.
In tv guardiamo un programma tipo "Carramba che sorpresa", dove un giovane svedese ritrova il padre, che è nientemeno il leader degli Officina Zoè: gustosissime scenette di folklore comparato.
29 luglio
Åreskutan – Storlien – Hell (Trondheim)
Ci svegliamo presto, mente una pioggia sottile vela tutto di grigio. I vestiti lavati ieri, e poi stesi nella capanna della doccia, sono più umidi che mai: armato di fon cerco di asciugare calzini e calzoni.
Facciamo colazione con i lamponi raccolti dietro la casa.
Prendo commiato dal signor Andersson-padre, con cui intrattengo un’improbabile conversazione in svedese a proposito del tempo e della mia intenzione di andare sulla montagna. Il vegliardo, che non parla inglese, è dell’avviso che non ci sia alcun problema.
Insisto con B. per prendere la funivia (l’unica in tutta la Svezia) e andare in cima alla montagna. A metà dell’ascesa tutto scompare nella nebbia. Quando sbarchiamo, mi domando che diavolo siamo venuti a fare: la cima è 200 metri più in alto, ma totalmente invisibile. Sarebbe da pazzi avventurarsi alla cieca: anche ammesso che si arrivasse in cima, non si troverebbe certo la via per tornare indietro. Una marmaglia di scavezzacollo attrezzati con bici da downhill (gomme da moto-trial, sospensioni e freni a disco) si lancia giù; una famiglia molto alpinistica va in un’altra direzione. Noi, con i nostri k-way rattoppati, ripariamo dalla nebbia e dal freddo (8°) nel caffè della funivia. Mi rendo conto che i nostri biglietti valgono solo per il viaggio di andata, e comincio a considerare l’idea di scendere a piedi. Chiediamo alla cameriera se, con questa nebbia, sia possibile; lei, divertita e un po’ perplessa dalla domanda forse peregrina, risponde con naturalezza che sí, certo che si può.
Ci incamminiamo nella nebbia, scrutando il baluginio alla ricerca dei rari segni rossi sulle pietre. Ma basta scendere un po’ e il cielo si apre a uno scenario magnifico di montagna, con il lago in fondo e le nuvole poco sopra di noi. Le nude e umidissime rocce si arricchiscono prima di muschio, poi di erba e fiori bianchi e lilla, per diventare infine prati di erba alta alle ginocchia.
Posiamo per le inevitabili foto sui banchi di neve, facciamo picnic, ci godiamo l’escursione.
In tre ore siamo giù, stanchi ma soddisfatti (anche se io rosico perché ora c’è un sole che spacca anche in cima, e si vede pure la Norvegia). Medito di noleggiare una bici, ma il tempo è denaro e anche il noleggio è denaro (nemmeno poco: 350 corone per un giorno).
Altre montagne, abbastanza selvagge, fino a Storlien, ultimo paese della Svezia al confine con la Norvegia. Facciamo il pieno, scambiamo alcune battute con un paio di svizzeri in moto e scooterone, che non si capacitano del fatto che "qui non prendono gli euro!".
Attraversiamo il confine e, con il sole negli occhi, seguiamo il corso del fiume Stjør fino a quando la strada, in prossimità di Trondheim, non diventa a pagamento: non abbiamo denaro norvegese, e cosí andiamo al vicino aeroporto a prenderne un po’ dal bancomat. Approfitto dell’ufficio Avis per rimediare una mappa della Norvegia.
Alquanto abbattuto per aver scoperto ora che questo viaggio l’ho voluto io solo (B. voleva stanziarsi in un posto caldo, e invece stiamo macinando strada in queste fredde lande), indispettito dalle tasse richieste per accedere a Trondheim, decido di pernottare fuori città. Nei dintorni di Hell (!) troviamo un bel campo, ci armiamo di coraggio e chiediamo alla donna della fattoria (raggiunta dopo due conversazioni in pseudo-svedese coi figlioli) se ci possiamo attendare. "Permission is rarely refused", informava la guida: e cosí abbiamo un comodo giaciglio nell’erba alta (e umida).
30 luglio
Trondheim – Buvik – Orkander – Gauldalen
La lieve pioggia notturna non lascia che poche gocce sulla tenda, e di buon mattino ci avviamo (a pagamento, ahimè) verso Trondheim.
"Parking can be a pain", avvertiva l’ineffabile guida, descrivendo esattamente la situazione.
Le tariffe sono spaventose e progressive (un’ora costa 1, cinque ore costano 20): condividiamo lo sconforto con una coppia di turisti alle prese con la macchina per pagare nel parcheggio.
In tre ore ci affrettiamo a visitare l’impressionante Duomo di Nidaros (antico nome della città), il palazzo degli arcivescovi (con anticaglie varie, tra cui uno scacciapensieri del ’500!), il museo militare e della resistenza (noioso assortimento di cimeli criptonazisti) e assistiamo perfino a un breve concerto di organo nella cattedrale. E poi scappiamo, con il proposito di andare a guardare un fiordo e tornare in Svezia.
Ci fermiamo a Buvik per un bagno (B. – io rimango sulla spiaggia come Charlotte Rampling in "Sous la sable"), e poi costeggiamo il fiordo, mantenendo religiosamente velocità da gasteropodi (60 km/h nei rettilinei), attraversando la puzza terrificante di un inceneritore di rifiuti, nei pressi della squallida città di Orkander. Risalendo il fiordo dall’altro lato, ci rendiamo conto che il paesaggio non cambierà: decidiamo allora di tornare indietro, e seguiamo la valle dell’Orkladalen (incantevole, bucolica e mortalmente noiosa) fino a Berkåk, dove io mi concedo un caffè e una compressa di Ibuprofen per il mal di testa. Risaliamo la E6 fino a Støren, e di là pieghiamo a ovest-sud-ovest sulla statale 30: altra valle incantevole, sul fiume Gaula. Attraversiamo un pittoresco ponte (che B. si rifiuta di percorrere in auto), e chiediamo a due perplessi norvegesi se possiamo mettere la tenda sul loro campo. Ci pensano un po’, e in fine accordano il loro consenso, avvertendoci di non preoccuparci delle pecore che durante la notte magari scendono dal monte. Il posto è perfetto: erba soffice, terreno cedevole e sgombro dai sassi (per la prima volta pianto i paletti della tenda senza storcerne alcuno), fiume per lavarsi al mattino.
Anche qui lieve pioggia notturna.
31 luglio
Gauldalen – Singsås – Røros – Brekken – Tännäs - Högvålen
Il fiume si dimostra ottimo per le abluzioni e per il bucato, anche se è davvero freddo.
Questi fiumi in Norvegia scorrono su un letto di ciottoli, in fondo a strette valli erbose tra alte creste di monti; in Svezia, invece, piccoli ruscelli si dipanano tra terreni acquitrinosi, e le ondulazioni del terreno non favoriscono il decorso dell’acqua.
Il primo caffè che troviamo è in realtà una bottega ultra-kitsch di ceramiche e pelletteria, nello sperduto paesino di Singsås; nel bagno riesco tuttavia, con qualche acrobazia, a lavarmi anche i piedi.
La macchina scivola silenziosa lungo queste infinite valli, che scorrono dai finestrini lente come il tempo dei Larghi di musica barocca che sto cominciando a detestare.
L’ultima cittadina in Norvegia prima del confine è Røros, dove andiamo a spendere fino all’ultimo centesimo la valuta norvegese in una Coop dai prezzi miracolosamente civili. Usciamo carichi delle solite insalate, succhi di frutta, yogurt e pane a prezzi stracciati (ma, ahimè, non affettato).
Ci fermiamo sul bordo di un lago la cui superficie è totalmente immota. B. decide di incresparla un po’ bagnandosi.
E via, verso la frontiera, dove io mi fermo a finire il rullino sugli uffici della dogana e i cartelli di confine in entrambe le lingue.
Lasciate le casette dai tetti erbosi della Norvegia, siamo di nuovo nella nostra vecchia (e pur sempre meno cara) Svezia; ci fermiamo a Tännäs per un lungo caffè + shampoo (!), prima di imboccare la lunga stradale 311 verso Särna. Qui una giovane renna ci taglia la strada: mi precipito fuori con la mela in mano, maledicendomi per aver fotografato tutti quei cartelli stradali. Il rennino e la madre ci ignorano bellamente, e dopo un quarto d’ora si involano nella foresta.
Neanche un’ora più tardi, una renna con corna muschiate e collare pascola in mezzo alla strada, incurante delle auto che pazientemente attendono (noi e una Volvo rossa dietro di noi). Passiamo a fianco dell’animale, e il passeggero della Volvo sporge un braccio ad allungare uno scapaccione educativo, che lo induce a levarsi dalla carreggiata.
Passiamo il villaggio più alto della Svezia, Högvålen: 830 metri sul livello del mare!
Finalmente troviamo un fiume presso cui piantare la tenda; insisto per mettere i tiranti antipioggia, sperando che la precauzione si riveli inutile. Cosí è, e la notte scorre serena; B. avvista un’altra renna, al mattino io incontro per tre volte, tra le enormi zolle erbose uguali a quella dipinta da Dürer nel 1503, una specie di criceto di campagna, e la tenda è finalmente asciutta, cosí che la possiamo ripiegare.
1 agosto
Högvålen – Särna – Njupeskär – Åsbo
Mentre il cielo si vela di grigio, maciniamo strada verso sud, senza trovare un caffè fin quasi a Särna: ci fermiamo (attratti solo dal cartello "Café öppet") al Museo del Bosco, dove osserviamo con meraviglia le foto a grandezza naturale, le scarpe (n. 54) e l’anello (3,3 cm di diametro) di un gigantesco boscaiolo che viveva da queste parti, tal Per Svensson; leggiamo anche la storia di Mors Lilla Olle, alias Jon Ersson, un bambino che nel 1851 giocò amabilmente con degli orsacchiotti e con mamma orsa; è diventato poi il tema di una famosa ballata per bambini.
Ci fermiamo a Särna a fare un po’ di spesa (TRE rullini!) e il pieno: quando vado a pagare la benzina, la cassiera mi risponde con una frase che non capisco; dopo qualche tentativo mi arrendo e passo all’inglese. Allora lei dice: "Oh, sorry. I thought you were Swedish". Esco dalla stazione di servizio con un sorriso fino alle orecchie.
Risaliamo qualche km per andare a vedere le cascate di Njupeskär (le più alte della Svezia). Sulla strada troviamo una fila di auto ferme, e gente con telecamere e macchine fotografiche: un paio di giovani alci e la madre pascolano nel rado bosco. Anche noi ci accodiamo, e scattiamo qualche foto, in cui gli animali saranno probabilmente macchie indistinte tra i cespugli.
Appena giungiamo al posteggio delle cascate cadono le prime gocce di pioggia. Lungo i due km di sentiero nel bosco, tra muschio e alberi secchi in pose impressionanti, non badiamo all’acqua dal cielo. Sotto alle cascate (bel salto, effettivamente: e le si osserva dal fondovalle, in una conca di pietroni franati dai fianchi del dirupo) io mi procuro anche una dose supplementare di umidità, per andare a guardare da vicino la massa scrosciante che sospinge vapore. Ma è sulla via del ritorno che mi inzuppo definitivamente. Seguiamo una scorciatoia annunciata da un cartello che è stato apposto probabilmente da un troll buontempone: infatti, pur andando di passo svelto, ci mettiamo una buona mezz’ora. Arrivati alla macchina, la pioggia, come per magia, cessa.
Con il riscaldamento sparato sulle scarpe, dirigiamo a sud, verso Sälen. Ad Åsbo vedo il primo cartello "Stugor": non ci penso due volte. Per 250 corone abbiamo una casa tutta per noi, con bagno, doccia e cucina. E frigo e tv. A differenza che in quella dei signori Andersson ad Åre, il soffitto è abbastanza alto perché io possa stare in piedi – ma sullo stipite della porta do una sonora capocciata. Ci divertiamo a leggere il libro degli ospiti, con gli interventi di Lars e Inga Unger, i padroni di casa.
Nella speranza di avvistare qualche altro alce, dopo cena (un’altra pasta al sugo di pomodoro e burro, ahimè) ci arrampichiamo sulla montagna. Ma il terreno soffice e muschiato è in realtà un acquitrino, e i soli animali che troviamo (in gran copia) sono le fameliche zanzare. Con i piedi bagnati (di nuovo!) scendiamo tra i cespugli di mirtilli verso casa. A pochi metri dalla nostra stuga, uscendo dal bosco, ci imbattiamo nel signor Rune, un boscaiolo-falegname che ha costruito con le sue mani (e senza chiodi!) un bella casa tutta di legno, che non vede l’ora di farci visitare.
Rune è un po’ svampito, ma molto cordiale. Ha lavorato cinque anni in America (Kansas City, poi Seattle) come falegname, e ha comprato questo terreno nel 1982. Ci son voluti dieci anni per costruire la casa. La moglie è venuta dalla Finlandia nel 1942, durante la guerra. Vivono vicino Örebro, e sono qui in villeggiatura.
Domani mattina Rune andrà a cogliere jordbär (l’ennesima varietà di bacche dei boschi, ho rinunciato a cercarne i nomi corrispondenti in italiano: questa comunque significa "bacca della terra") nei boschi acquitrinosi del Fulufjället.
2 agosto
Åsbo – Malung – Vansbro – Borlänge – Falun – Gävle – Uppsala
Sotto un bel sole partiamo dal quieto giardino di Åsbo.
Pausa caffè in una "cooperativa" probabilmente della chiesa, poi avanti verso sud. Le foreste lasciano il terreno a pianure coltivate, e il paesaggio è più noioso.
Da stamane mi duole l’articolazione del pollice destro, e la gengiva del solito dente del giudizio si sta gonfiando.
Mentre la strada si fa sempre più tediosa e piatta, cerco una farmacia. Ma dovremo arrivare a Borlänge (il cui nome interpretiamo come una sovrapposizione tra l’inglese boring e il tedesco langweilig), orrenda città industriale che offre solo viali commerciali e il disumano Kupolen, tempio del consumo, dove purtuttavia riesco a comprare un disinfettante (e a pagare 5 kr per usare un bagno!).
Scappiamo verso Falun, che però, fuori dal famoso festival di musica folk, non ha alcuna attrattiva. L’autostrada taglia una foresta che sembra finta come un parco Disney, anche se incontriamo due grosse femmine di alce che pascolano al ciglio della strada. Ci fermiamo ad Ene, alquanto scocciati. Il tempo è bello e dovremmo piantare la tenda, ma il paesaggio è davvero poco convincente.
Gävle (che si pronuncia come "djävle" e ha un che di diabolico) non offre nulla di interessante, e pieghiamo verso sud-est, senza riuscire a scorgere il mare.
Fuori dalla macchina è umido, B. ha freddo e io decido di tagliare verso Uppsala e cercare un letto. Vaghiamo per una gradevole campagna, tra fattorie deserte e case isolate, fino a sbucare sull’autostrada E4 per Uppsala. Si fa buio, e ho gli occhi stanchi. Non troviamo un letto fino alle porte della città. Mi tolgo le lenti e ci avventuriamo nella patria di Joey Tempest, indimenticato cantante degli Europe.
L’Hotel Basic chiede 600 corone senza colazione; provo a telefonare ad altri alberghi, ma esaurisco il credito della carta telefonica solo per sentirmi dire che, se voglio una stanza per stasera, devo chiamare domani. Andiamo al Basic, dove dobbiamo pure pagare 100 kr di parcheggio e altre 100 di colazione.
La stanza è "basic", arredata in stile IKEA standard, ma confortevole.
3 agosto
Uppsala – Stoccolma – Haninge
Mi alzo presto, e dopo la pantagruelica colazione andiamo a visitare il duomo: costruito per fare invidia a quello di Trondheim, è più ricco e molto meno austero. Le pareti sono per lo più tappezzate con una perfida carta da parati che fa molto vecchia zia (ma in una volta è dipinto, annidato tra i meandri, un diavoletto). Pochi vetri colorati, più luce che a Nidaros, alcuni dipinti mediocri sulla vita di Gustav Vasa, le cui spoglie riposano qui tra quelle di un paio di mogli. Ci sono anche Linneo e Celsius.
Mentre io dormicchio sul prato, tra pietre runiche con disegni geometrici, B. va a guardare la biblioteca; ma la bibbia d’argento del ’600 e il manoscritto dello Zauberflöte di Mozart non valgono le 20 corone, e cosí ci infiliamo nel Gustavianum, piccola ma interessante collezione di mummie (uomini, donne, gatti, coccodrilli e altre forme non bene identificabili), e poi gabinetti di fisica e medicina, un teatro di dissezione voluto da Olof Rudbeck, un intraprendente medico, professore, palazzinaro e armatore di traghetti. Mi trattengo a stento dalla tentazione di stendermi sul tavolo di lavoro, e rivolgo la mia attenzione alle mappe appese al muro: alcune carte seicentesche mostrano l’Europa del nord, e ci divertiamo a ritrovare i posti che abbiamo visitato.
Sempre con un sole da cartolina, ci incamminiamo verso la capitale.
A Stoccolma, naturalmente, l’Avis è in pieno centro, e chiuso. Con molto travaglio, lasciamo la fida Mitsubishi (2987 km) nel parcheggio dello Sheraton. B. va a cercare un telefono per chiamare i nostri (possibili? auspicati?) ospiti, una remota cugina che non ha mai incontrato e suo marito. Io rimango a bivaccare con i bagagli, finché lei torna e ci avviamo alla stazione, dove io acquisto due magnifiche tourist cards, e attendiamo.
I nostri ospiti vengono a prenderci con una bella Volvo 740 Polar rossa. Alexandra Lindholm e Hans sono gioviali e totalmente disponibili; abitano piuttosto distanti dal centro, in un ameno villaggio bucolico, con la Chevrolet Malibu 4500 cc celeste di Hans nel giardino; la casa è vastissima, e accogliente.
Hans sembra l’archetipo dello svedese: riservato ma premuroso, onesto fino all’ingenuità, pacato e sempre vigile, dotato di coscienza ecologica ma non troppo; lavora per la compagnia statale di garanzia per i contratti con l’estero. Ed è anche un nobile, diretto discendente della seconda moglie del Vasa che abbiamo ammirata stamane, sdraiata nel duomo di Uppsala.
Sua moglie Alexandra invece è un ciclone in perpetuo movimento, molto più estrema e talvolta estremista, lavora in banca ma anche per un’associazione animalista, è vegetariana (ma, curiosamente, a causa del suo lavoro, e non il contrario) ma mangia qualche animale qua e là per antipatia, sognava di diventare un’investigatrice ma è talmente distratta che non saprebbe dire se il tipo che lavora accanto a lei ha i baffi, la barba o è magari una donna, cura un sito come webmaster ma quando nomino l’HTML storce gli occhi cadendo dalle nuvole. Questo formidabile miscuglio deve forse qualcosa anche alle origini portoghesi di sua madre.
Le affinità tra i membri delle due coppie sono curiosamente incrociate: cosí io ed Alexandra siamo i due animalisti duri e puri che guardano in tralice i carnivori; ma Hans mi è più simile per temperamento (anche io sono, o credo di essere, pacato, equilibrato e magari un po’ noioso), quanto Alexandra e B. si trovano immediatamente in confidenza.
Birra prima, durante e dopo cena, acquavite, madeira e altre libagioni ci rendono ancora più ciarlieri. Il menù prevede anche l’ennesima rödbettsallad, ma è un pasto caldo e vegan. Le chiacchiere scorrono allegre, con qualche deriva noiosa quando io trascino Hans nella discussione sulle prospettive di sviluppo per la Svezia nell’UE. Discretamente brilli, andiamo a letto dopo le 2.
4 agosto
Stoccolma
Mi sveglio verso le otto, e constato il miserabile stato di post-sbornia. Tiro avanti fino alle dieci e mezza, quando diventa socialmente opportuno riprendersi. Doccia e colazione alleviano ma non eliminano l’hangover, e durante il viaggio in auto verso la città non mi sento proprio in forma.
Stoccolma ci accoglie con un cielo terso e posteggi impossibili anche per gli autoctoni. Ci aggiriamo da veri turisti, prendiamo anche un traghetto (finalmente la tourist card torna utile).
Il centro tutto sommato è piccolo, e in mezza giornata abbiamo percorso in lungo e in largo Gamla Stan, ("la città vecchia"), pittoresco dedalo di viuzze che è il nucleo più antico di Stoccolma (anche se alcuni archeologi indicano un altro isolotto più al largo), con un paio di chiese interessanti (c’è anche la tyska kyrka, la chiesa costruita dai mercanti tedeschi nel XVII secolo), palazzo reale, statue di illustri sconosciuti, e una marea di gente. Per la prima volta sento accenti familiari, da tutta l’Italia; e poi spagnoli, gli immancabili tedeschi e giapponesi, una folla pazzesca.
Passiamo per la piazza centrale, Stortorget, dove nel 1520 il re danese Cristiano II riuní più o meno tutta la nobiltà svedese e praticò con entusiasmo un bagno di sangue ai danni dei malaccorti aristocratici; ma gli sfuggí il famoso Gustav Vasa, che si trovava nel Dalarna, ove, tra gl’incerti sentimenti di svedesi e norvegesi, che prima lo inseguivano e poi lo salvavano, raggruppò un’armata di genti locali a lui leali (e qualche migliaio di mercenari dall’Europa, mi sa), e divenne re, mentre Cristiano II veniva deposto.
Dopo lunga promenata e mezz’ora di ricerche, ritroviamo l’entrata al garage e facciamo ritorno a casa Testa di Leone (cosí si può tradurre il nobiliar cognome di Hans), in tempo per prendere i costumi da bagno e andare al vicino laghetto nel bosco. A dire la verità, io sono stanco e mi risparmierei volentieri l’escursione; ma non voglio fare ostruzionismi, e seguo. Di fare il bagno però non ho voglia (dopo l’assideramento a Malmö sono molto guardingo), e lascio cadere gli inviti e le ripetute assicurazioni sulla mitezza della temperatura. Dopo un po’ che mi squaglio al sole, tuttavia, cambio idea e mi butto. L’acqua è in effetti gradevole, anche se, al solito, scurissima. Riguadagno la riva con una lente a contatto spersa nel bulbo oculare, e mentre tutti silenziosamente contempliamo il lago, mi dedico al recupero della vista; poi contemplo anch’io assorto.
Stasera mangiamo all’interno, in giardino fa troppo fresco. Una mia infelice osservazione sul piatto di pesce preferito da Hans, rimarcata da B., mi fa sentire fuori luogo. Discretamente cerco di riguadagnare quota, ma alla fine della serata ho l’impressione che il bilancio sia negativo.
5 agosto
Stoccolma – Dr. K
Malgrado i buoni propositi ci alziamo tardi (noi: i padroni di casa escono prestissimo), e tra colazione e lavaggio piatti la mattinata è finita.
B. telefona al dr. Gregor K, anziano psichiatra infantile, oriundo di Rostock.
Il dr. K ci invita per pranzo, ma B. riesce a ridurre l’invito al solo caffè.
Attraversiamo Stoccolma da sud a nord in metropolitana, e per la prima volta vediamo dei controllori: ma si limitano a salire a bordo del vagone e a rimanere in un angolo, probabilmente in attesa che l’onesto viaggiatore scandinavo, il quale si trovi senza biglietto, vada a denunciare spontaneamente il proprio misfatto.
Incontriamo l’arzillo strizzacervelli, giocherellone e poliglotta, e la moglie, insegnante di sport e anch’ella psichiatra infantile, che capisce il tedesco ma preferisce parlare in inglese, ciò che mi consente di entrare nella conversazione ogni tanto – anche se il dr. K parla tedesco in un modo talmente chiaro che io riesco a capire una buona metà delle cose che dice, mentre quando parla B. torno totalmente sordo. Del resto, non avrei molto da dire: la conversazione ruota principalmente intorno alla famiglia K, e alle varie scuole di psicologia.
Lasciamo i K (il vegliardo è entusiasta di B.), e ci accorgiamo che non abbiamo tempo per visitare la città: io ho spavaldamente promesso una cena italiana, e ora sono in ambasce perché non so che preparare. Ci infiliamo in un supermercato dove compro gli ingredienti per una salsa di pomodori (e stavolta compro anche l’olio!), e anche per il pesto (tranne il formaggio, cui rinuncio dopo aver mobilitato tutti i commessi per sapere che tipo di caglio ci sia in ogni formaggio presente), riservandomi di scegliere più tardi. In preda al panico, prendo anche arance e finocchi per un’insalata (che sarà un’ardua prova per i palati svedesi). Il tutto ci costa quanto una cena al ristorante (in Italia), ma per fortuna paga B., visto che la mia carta come al solito non passa, perché il codice segreto ha cinque cifre e il POS svedese ne accetta solo quattro.
Arriviamo a casa mentre Hans spicca i primi balzi dei suoi nove o dieci km di allenamento per la Midnatt Loppet di sabato prossimo.
Si decide per i pomodori, e io svolgo la mia supervisione, lasciando a B. la bassa manovalanza, che è poi tutto il lavoro. Il sugo non è male (un’onesta salsa di pomodori), ma la pasta è troppa: con la confezione da 1 kg non mi sono saputo regolare, e devo averne calata un ottocento grammi.
Sull’insalata nessuno ha il coraggio di fare apprezzamenti; ma io la trovo gradevole.
6 agosto
Stoccolma – Museo Vasa e shopping solitario
Anche stamane dormiamo a lungo, e non siamo in città prima di mezzogiorno. Ci dirigiamo subito al Museo Vasa, dove la tourist card, manco a dirlo, si rivela inutile; ma vale ben la pena di spendere quattrini per ammirare il vascello di 69 metri, tre alberi e troppi piani, che per 333 anni è stato a trenta metri dagli occhi di tutti, immerso nel fango dopo essere colato a picco appena levate le ancore, nell’anno di grazia 1628.
Il museo è ben fatto, ma naturalmente gli occhi sono sempre volti al legno scuro della nave, che secondo me è molto più bella cosí che nei colori brillanti e pacchiani in cui era dipinta ai suoi tempi.
Alcuni filmati sono un po’ ingenui: la telecamera che riprende il ritrovamento nel fango dell’unico oggetto d’oro, un anello, rinvenuto a bordo.
La sezione "storica" sulla vita in Svezia nel XVII secolo non ha troppo mordente (pannello: "Una trappola fu trovata nel bosco del re. Gli indizi portavano a Måns di Arlanda e suo fratello, che furono multati"). Comunque, nel museo restiamo fino alle quattro di pomeriggio, e allora ci tocca affrettare il passo verso il museo di arte moderna, che – sorpresa! – ha cambiato posto.
Ci rivolgiamo allora a quello di arte (più) antica, dove io scopro che la tourist card non vale, ma la commessa, forse commossa dal mio disappunto, mi allunga un biglietto gratuito. B. prova a ripetere il trucco, ma le manca il mio fascino mediterraneo. Per consolarla, le lascio il mio biglietto, il telefono per tenersi in contatto con Alexandra, e me ne vado per conto mio, a battere negozi e a fare il turista marciante.
La città è in abito estivo, ma si vede che d’inverno quasi tutta la vita si può svolgere al coperto, tra gallerie, palazzi e stazioni della metropolitana che ospitano ogni sorta di servizio commerciale. Per il resto, è una bella capitale del nord, con statue, fontane e palazzi di vetro.
Prevedibilmente, in città è impossibile trovare un bagno senza pagare, e anche quando mi infliggo uno pseudocaffè da Burger King nella speranza di potermi poi lavare i denti, la toilette resta occupata oltre ogni ragionevole attesa, cosí che lascio perdere e mi dirigo verso casa.
Ma intanto ho saccheggiato (a caro prezzo, ahimè!) un negozio di musica: Vedergällningen dei Garmarna per i nostri ospiti, e per me una raccolta dei Folk & Rackare, un audiolibro di Astrid Lindgren e il tanto sospirato doppio cd di ballate medievali.
Vorrei comprare qualcosa per i miei amici, ma i negozi, scandalosamente, stanno già chiudendo.
Vado alla metropolitana per tornare a casa, e scopro che la tourist card è ormai scaduta. A piedi fino alla stazione centrale (ma mi piace camminare per le città), dove sborso una cifra assurda per il trenino fino a casa.
A casa trovo solo Hans, che, birra in mano, lavora al computer dopo essere tornato da un raduno di auto d’epoca, e poi si dà al giardinaggio.
Delle fanciulle, nessuna notizia fino alle nove e mezza, quando ricompaiono da una visita alla madre di Alexandra (singolare donna portoghese trapiantata qui, che cammina dieci km al giorno con i suoi due cani e consuma un paio di scarpe da ginnastica l’anno), affamate e pronte a mangiare la pasta che io non ho preparato.
Arrangio un pesto rapido, che riscuote un discreto successo.
7 agosto
Stoccolma
Come al solito, arriviamo in città a fine mattinata. Il museo d’arte moderna nella nuova sede vicino alla stazione espone solo qualche inutile e irritante opera di artisti contemporanei; la gran massa di Matisse, Picasso, Dalí, Mirò e compagnia è rimasta nei magazzini (e pensare che il museo è stato trasferito perché nella vecchia sede c’era la muffa sui muri).
Fidandoci (per l’ultima volta) della guida, andiamo al museo medievale, che si rivela un misero allestimento per bambini, i cui soli pezzi interessanti sono un avanzo di muro del basso medioevo e una chiatta di una ventina di metri del XV secolo ripescata nel porto.
Ci diamo allo shopping di souvenir, e compriamo pure i biglietti del treno+bus per Malmö-Trelleborg (che costano quanto un biglietto aereo Roma-Stoccolma).
Ultima sera a casa Testa di Leone; rinviamo a domani mattina i preparativi per la partenza.
I nostri ospiti sembrano sinceramente dispiaciuti che ce ne andiamo.
8 agosto
Stoccolma – Malmö – Trelleborg
L’incredibile massa di vestiti e bagaglio vario viene stipata nei due zaini; in uno slancio di eroismo decido di caricarmi lo zaino di B., un macigno che giace al suolo con la calma minacciosa di un tricheco. Per rilanciare la sfida, ci lego anche la tenda e un sacco a pelo: il risultato è micidiale, per issarlo sulla schiena devo fare manovre complicatissime. Ma una volta in marcia non è cosí pesante – almeno fino alla Toyota di Alexandra, che prendiamo per l’ultima volta per la stazione del trenino. Lasciamo le chiavi sulla ruota della Chevy di Hasse, e aspettiamo il treno, che è in ritardo (stranamente), e rimane fermo sul binario per un quarto d’ora (probabilmente l’unico guasto della rete ferroviaria svedese negli ultimi dieci anni!). Infine si muove e ci porta a Stoccolma.
B. rimane sul prato della chiesa di santa Klara, mentre io, con astuzia e perizia, riesco a comprare (per una cifra comunque spaventosa) tutti i libri di Pippi Långstrumpor (Pippi Calzelunghe) e i relativi cd. Ho fatto male i conti, e ho ritirato al bancomat circa il doppio dei soldi che ci servono; ci concediamo quindi un rapido pasto, un tunnbrödrulle (il corrispondente svedese del panino caldo, un rotolo di pane sottile fatto con farina di patate imbottito normalmente di carne di renna - credo) vegetale, e saliamo a bordo del treno X2000, che in poco più di quattro ore ci sbarcherà a Malmö.
Sediamo accanto a una mezza dozzina di militari di leva, che – per quel che capisco – si raccontano storie di naja. Più in là, quattro rampolli di alta famiglia di ritorno da un soggiorno tennistico: i pariolini dello Skåne.
Il treno mi dà un po’ di nausea, e a Malmö sono ben contento di poter camminare (col mostro sulle spalle). Il bus ci porta a Trelleborg, dove di passo veloce ci dirigiamo al porto. Giusto prima di entrarvi, girandomi per ammirare la bandiera giallorossa dello Skåne sullo sfondo blu del cielo, inciampo in un binario e rovino al suolo. Non mi sono fatto male, ma rimango ancorato allo zaino come Gregor Samsa quando si ribalta sul dorso.
Saliamo a bordo, e io decido di mettere a frutto i soldi che ci ritroviamo, prendendo una cabina. E per fortuna: dopo un attimo, la nave si riempie di frotte di marmocchi tedeschi vocianti, mentre noi ci rifugiamo nel nostro loculo, dove festeggiamo con patatine e birra danese, prima di lasciare che il buio totale e innaturale ci avvolga.
9 agosto
Rostock – Warnemünde
Alle sei e venti calchiamo il suolo di Rostock.
Lasciati i bagagli (lo zaino sulla bilancia segnava 21 kg) a casa di mamma e papà K., andiamo a Warnemünde. B. mi mostra la casa dove Edvard Munch abitò per qualche anno; assieme ad altre persone entriamo nella veranda, e a sorpresa un cicerone entusiasta ci dà il benvenuto e attacca ad illustrare. Si è piazzato proprio tra noi e la porta, e cosí ci sorbiamo l’intervento introduttivo e poi un'altra lunga tirata di una giovane studiosa. Io non capisco quasi niente, e quando mi osservo, in costume da bagno e maglietta, con la stuoia sottobraccio, mi coglie un attacco di riso isterico che riesco a soffocare a stento. Alla fine approfittiamo di una pausa per tagliare la corda.
In spiaggia fa freddo, e dopo un paio d’ore inizia a piovere.
Torniamo a Rostock, e in un pomeriggio visitiamo tutto quel che c’è da vedere: chiese di san Nicola, Pietro, monastero e chiostro, porte e mura della città.
10 – 18 agosto
Vietgest – Nienhäger Hütte – Berlino – Amsterdam – Roma
Ci trasferiamo nella piccola casa sul lago, dove passiamo i nostri giorni ascoltando ballate medievali svedesi, facendo il bagno coi serpenti (in realtà ne vediamo solo uno che nuota, e io sono eccitatissimo: ma non sono velenosi) e girando i dintorni.
Il 17 agosto torniamo a Berlino, e alle sei del mattino di domenica 18 mi imbarco sull’aereo che mi porta ad Amsterdam, e di qui a Roma, dove mi assale il caldo del sud.
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